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a cura della Redazione

Autori/Autrici

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2026

Nicola Matteucci, Lisa Albertani, Lorella Albertani

La prevenzione e il contrasto dei danni e delle dipendenze digitali nei minori. Un’agenda di lavoro per famiglia, scuola e istituzioni

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2026

Con l’avvento della New Economy, le tecnologie digitali (o ICT) si sono diffuse in modo pervasivo nell’economia e nella società, finendo per diventare uno dei principali passatempi (quando non babysitter) per un numero crescente di minori. Nonostante il ricco dibattito pubblico sviluppatosi sui danni psico-fisici (tra cui la riduzione della neuroplasticità del cervello) e sulle dipendenze comportamentali che il digitale può causare nell’età evolutiva, è esperienza comune che molte famiglie – almeno in Italia - non conoscano il reale rapporto costi-benefici che questa innovazione tecnologica pone su bambini ed adolescenti. In questo lavoro, basandoci sulla letteratura scientifica, sugli atti di un’importante Indagine conoscitiva parlamentare e su altri documenti recenti, presentiamo le principali risultanze del dibattito, che vedono l’anticipazione dell’uso delle ICT all’infanzia e alla prima adolescenza come un fattore importante del declino della salute psico-fisica, delle abilità e del benessere soggettivo, così come registrati su popolazioni di minori dell’Occidente. Da ultimo, aspirando ad essere “scienziati utili” (cit. Giorgio Fuà), poniamo una serie di interrogativi che interessano direttamente il regolatore-policy maker – a cominciare da quello incaricato delle politiche educative e dell’istruzione.

Angela Cossiri, Selena Grimaldi

Partecipazione politica e rappresentazione di genere nella Regione Marche: tendenze recenti e prospettive

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2026

Il contributo analizza la rappresentanza di genere e la partecipazione politica nelle Marche alla luce delle elezioni regionali del 2025. Nonostante l’introduzione di strumenti normativi volti a promuovere l’equilibrio di genere, l’esito elettorale conferma una persistente sotto-rappresentanza femminile e un arretramento rispetto alla tornata precedente. L’analisi evidenzia uno scarto tra preferenze espresse e seggi ottenuti, a causa delle modalità di reclutamento dei partiti, del posizionamento nelle liste, dell’accesso diseguale al capitale politico e di meccanismi elettorali solo formalmente neutri. In prospettiva costituzionale, il contributo propone di interrogare il rapporto tra governabilità e parità, ipotizzando strumenti che condizionino il premio di maggioranza al rispetto di standard minimi di equilibrio di genere. La rappresentanza paritaria viene infine collegata alle dinamiche socio-economiche territoriali, evidenziando il nesso tra partecipazione politica, infrastrutture della cura e sviluppo regionale.

Francesco Antonelli

Una nuova politica tecnocratica. Ipotesi su destre radicali, Big Tech e nuove forme di legittimazione

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2026

Negli ultimi anni il dibattito sulle trasformazioni delle democrazie occidentali si è concentrato, da un lato, sulla crisi della tecnocrazia e, dall’altro, sull’ascesa del populismo e delle destre radicali. Il contributo propone una diversa interpretazione di tali fenomeni attraverso il concetto di politica tecnocratica, intesa non come governo degli esperti ma come configurazione storica dei rapporti tra politica, economia, tecnologia ed expertise. Muovendo dall’analisi del rapporto tra destre radicali e nuove élites tecnologiche, l’articolo sostiene che la crisi della globalizzazione non coincida con il tramonto della politica tecnocratica, bensì con l’emergere di una sua seconda configurazione storica. In questa nuova fase mutano sia la composizione delle élites, sempre più caratterizzate da forme ibride tra potere economico, tecnologico e politico, sia i criteri della loro legittimazione, fondati sempre meno sulla competenza certificata e sempre più sulla capacità di innovazione. L’articolo conclude proponendo un modello interpretativo utile ad analizzare le trasformazioni contemporanee del rapporto tra potere, tecnologia e democrazia.

Ronald Car

Il monito di Weimar: come il sovranismo mercatistico scavalcò la democrazia

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2026

La carta di Weimar fu salutata come «la più democratica del mondo», in quanto espressione di una «democrazia sociale» ad un tempo politica ed economica. Ma a livello sistemico venne adottato un quadro più composito, con un forte Presidente della Repubblica dotato non solo di un’autonoma legittimità plebiscitaria, ma anche di ampi poteri di emergenza ex articolo 48. Quanto alla democrazia economica, sarebbe dipesa dalla capacità del Parlamento di dare attuazione agli articoli 156 (nazionalizzazione dei settori chiave dell’economia) e 165 (rappresentanza degli interessi economici), nonché alla piena conferma del ruolo pubblico dei sindacati, dei consigli operai d’azienda e dei contratti salariali collettivi. Il processo di consolidamento del nuovo sistema divenne presto ostaggio di una triplice contrapposizione tra: un sistema di partiti preposto a ricercare nelle dinamiche parlamentari la difficile sintesi tra la pluralità degli interessi sociali; l’élite burocratico-militare detentrice – tramite il Presidente della Repubblica – del tradizionale dominio sulla macchina statale; ed infine, le nuove ambizioni politiche della élite economica riunita nelle associazioni imprenditoriali. La degenerazione del governo parlamentare di Weimar in un autonomo esecutivo presidenziale negli anni tra il 1930 e 1933 seguì le dinamiche che la scienza politica odierna definisce democratic backsliding. Dichiarandosi depositario unico del mandato popolare, l’esecutivo scavalcò o escluse dai processi decisionali tutte le istanze di controllo fino a divenire di fatto non responsabile. Il sistematico ricorso alla decretazione d’emergenza aprì la via ad una ridefinizione tacita della forma di governo, che a sua volta schiuderà nel 1933 le porte al mutamento della forma di stato in un’autocrazia hitleriana.

Carlo Carboni

La notte delle élite democratiche e i nuovi poteri aumentati

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2026

Con l’implosione delle élite democratiche, quelle neoliberiste non hanno avuto vita facile con una permacrisi avviata dalla Grande crisi del 2008. La prevalenza del ruolo elitario e la forza del tornaconto individuale, hanno determinato una cittadinanza democratica in ritirata, passiva e astensionista. La democrazia, meno partecipativa e più poliarchia (democrazia tra rappresentanze). Quest’ultima può conoscere la dispersione a causa della formazione di un’ampia gamma di centri di potere e d’interesse, come nel caso italiano ed europeo; o essere oggetto della logica “del dominante sul dominante”, diventando una power élite alla Wright Mill (1956), un’oligarchia coesa di chi conta, come nel caso statunitense e non solo. Le big tech, che sono al tempo stesso imprese private e asset nazionali, sono il cemento di queste power élite che sostengono nuove tirannie in conflitto di interessi, che fanno orecchie da mercante al diritto internazionale, beffeggiano gli organismi internazionali e misurano il potere con il numero dei morti che infliggono al nemico. Per fortuna, i tentativi di autocrazia in un quadro istituzionale democratico trovano un percorso impervio, costellato di limiti, vincoli e bilanciamenti di potere. La buona notizia è che, anche in deboli postdemocrazie come la nostra, per l’ambizioso autocrate “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Quanto al rilancio della democrazia dipenderà dal rinnovamento delle élite democratiche. Formarne nuove è plausibile, ma a patto che una maggior partecipazione dei cittadini sia messa in grado di forgiarne nuove, lucide e credibili. Persone capaci di legare il proprio destino a quello più grande di comunità.

Antonia Calafati

Gli economisti e la democrazia

PRISMA Economia - Società - Lavoro

Fascicolo: 1 / 2026

In Europa la democrazia inizia il suo cammino nel Settecento mentre il capitalismo si afferma. La riflessione intellettuale sulla loro relazione – che sin dall’inizio è profonda e diventerà inestricabile – nasce subito sospesa tra scienza e ideologia. Lentamente – contro ogni evidenza empirica – prende forma una ‘teoria del capitalismo’ che riduce la democrazia a una ‘istituzione cerimoniale’, con un ruolo subordinato rispetto al capitalismo, interpretato come un ‘sistema di mercati competitivi’ capace di auto-regolarsi e di auto-organizzarsi. Un sistema che non ha bisogno della mano dello Stato per funzionare in modo ‘perfetto’, capace com’è di generare un equilibrio economico che è anche un equilibrio sociale. Nel corso dell’Ottocento le democrazie europee maturano, si estende il suffragio elettorale e alla fine della Prima guerra mondiale si scoprono sovrane. La ‘paura della democrazia’, che sin dalla fine del Settecento aveva angosciato le élite liberali, diventa ‘terrore della democrazia’, per la possibilità che, come accade a Vienna il 4 maggio 1919, il suffragio universale apra le porte a governi di orientamento socialista. E sarà il terrore della democrazia, dopo che essa rinasce, in Europa, ancora più consapevole alla fine della Seconda guerra mondiale a spingere le élite liberali trasformare la riflessione sulla relazione tra democrazia e capitalismo in un conflitto ideologico. Un conflitto che vinceranno, proclamando nel 1989 che la caduta del Muro di Berlino era ‘la fine della storia’: la dimostrazione che il ‘paradigma mercatista’ e la sua mistica dell’autoregolazione (e auto-organizzazione) era l’unica interpretazione ‘scientifica’ del capitalismo, e la sua sovranità sulla democrazia un corollario.

Gregorio Piaia, Gianni Paganini, Matteo Favaretti Camposampiero, Marco Ivaldo, Andrea Pontalto

Recensioni

RIVISTA DI STORIA DELLA FILOSOFIA

Fascicolo: 2 / 2026