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Questo studio esamina le attuali evidenze e approcci terapeutici per il trattamento dei Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DAN), focalizzandosi su Anoressia Nervosa (AN), Bulimia Nervosa (BN) e Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED). I principali obiettivi della terapia psicologica includono l’aumento della consapevolezza delle difficoltà emotive e relazionali, il miglioramento dei sintomi psicopatologici, la normalizzazione del comportamento alimentare e del peso, e il sostegno delle famiglie. La Terapia Cognitivo-Comportamentale Migliorata (CBT-E) emerge come il trattamento più studiato e raccomandato per AN e BN, con un’efficacia dimostrata anche nel BED. Tuttavia, la CBT-E ha mostrato risultati variabili in termini di remissione completa, con tassi che vanno dal 37% al 55%. Altri approcci, come la Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) e la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI-DCA), mostrano risultati promettenti, soprattutto per pazienti con disregolazione emotiva e schemi interpersonali disadattivi. Il trattamento farmacologico, sebbene utile, ha una limitata efficacia e necessita di ulteriori ricerche. In sintesi, è fondamentale un approccio integrato che consideri la comorbilità e i fattori psicopatologici sottostanti per migliorare l’aderenza e i risultati del trattamento.
Il presente lavoro delinea le indicazioni di buona pratica clinica per il trattamento della depressione sulla base dell’ultimo aggiornamento delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) e del Canadian Network for Mood and Anxiety Treatments (CANMAT), documenti considerati un punto di riferimento in tutto il mondo. Pertanto, verranno utilizzati per tracciare indicazioni per il contesto Italiano. In particolare, ci si concentrerà sul ruolo che ha la terapia cognitivo-comportamentale (TCC), nelle sue varie forme, nel trattamento della depressione a diversi livelli di severità, rispetto ad altri tipi di trattamento e in diverse fasi del trattamento. Innanzitutto, si definirà il quadro depressivo, i diversi livelli di severità, e le varie forme di TCC considerate. Seguiranno i metodi attraverso i quali si suggerisce di scegliere un determinato intervento, non necessariamente psicologico, a seconda della severità della depressione o di altri fattori come il rapporto costi-benefici per il sistema sanitario o le preferenze del paziente. Di seguito, si illustreranno i dati scientifici sull’efficacia degli interventi cognitivo-comportamentali, rispetto agli altri interventi, e le raccomandazioni per ogni grado di severità o fase di trattamento. Si concluderà osservando che l’efficacia della TCC è altamente dimostrata per la depressione e risulta spesso tra i primi interventi suggeriti per questo quadro. Più il quadro è lieve più la TCC è consigliata; più il quadro si aggrava, o è in fase acuta, più si suggerisce di abbinarla ad altri trattamenti. Infine, si rifletterà su spunti per adattare metodologie e procedure al contesto Italiano.
Questa rassegna include le linee guida internazionali disponibili per il trattamento dei disturbi psicologici in età evolutiva, tutte redatte dal National Institute for Health and Care Excellence (NICE) britannico. Gli autori hanno scelto di analizzare alcuni fra i disturbi psicologici attualmente più significativi sia in termini di frequenza, intensità e impatto sul funzionamento e sullo sviluppo dei bambini e degli adolescenti, come è noto, il post pandemia da Covid-19 ha comportato un progressivo e costante aumento della richiesta di intervento clinico rivolto ai soggetti in età evolutiva specialmente per casi di: disturbi dell’umore/depressione, ansia sociale, disturbi ossessivi compulsivi; problematiche esternalizzanti (ADHD e disturbi del comportamento anche con condotte antisociali) e disturbi più gravi afferenti all’area degli esordi psicotici. Gli autori di questo articolo hanno deciso, di riportare, per ciascuna di queste aree psicopatologiche, le indicazioni circa la diagnosi e il trattamento presenti nelle linee guida. Inoltre, per ciascun disturbo, stati presi in considerazioni i lavori di metanalisi pubblicati successivamente alle linee guida stesse, in modo da fornire una panoramica aggiornata delle evidenze disponibili.
La formulazione di precise linee guida per il trattamento dei disturbi dissociativi è ostacolata dalla mancanza di una definizione condivisa di dissociazione. Esiste invece un accordo unanime tra gli esperti sul fatto che con il termine dissociazione vengono impropriamente raggruppate un vasto ed eterogeneo gruppo di manifestazioni psicopatologiche sostenute da processi patogenetici differenti che diffondono in tutti i quadri clinici psichiatrici complicandone il trattamento. Considerato questo limite la rassegna riporta le indicazioni per il trattamento di alcune manifestazioni dissociative della Blue Knot Foundation (2020) del Dipartimento della Salute del governo australiano e le indicazioni per il trattamento del Disturbo Dissociativo dell’Identità (DDI), ovvero il più grave disturbo dissociativo, redatte dall’International Society for the Study of Trauma and Dissociation – ISSTD.
Le esperienze traumatica, sia quelle episodiche che quelle continuate nel tempo, specie durante lo sviluppo, possono generare quadri clinici specifici come il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), il Disturbo Acuto da Stress (ASD) e il Disturbo da Stress Post-Traumatico complesso (CPTSD), ma anche costituire una dimensione psicopatologica che diffonde in tutti i quadri clinici peggiorandone la prognosi e gli esiti del trattamento. Le linee guida presentate in questa rassegna sono state sviluppate per il trattamento delle specifiche categorie diagnostiche. In particolare per il PTSD dall’American Psychiatric Association (APA; 2017), dal National Institute for Health and Care Excellence britannico (NICE; 2018), dal Department of Veterans Affairs (VA) and Department of Defense (DoD) of United States of America (VA/DoD; 2017). Per quanto riguarda invece l’ASD, indicazioni per la gestione dei pazienti con tale disturbo sono riportate nelle linee guida APA del 2004. La UK Psychological Trauma Society (2017), l’International Society for Traumatic Stress Studies (ISTSS; 2019), e il NICE (2018) forniscono linee guida per il cPTSD.
Il presente elaborato è stato scritto sulla base della “National Institute of Health and Clinical Excellence (NICE) Guideline on Treatment and Management of Psychosis and Schizophrenia in Adults” (edizione del 2014, aggiornata fino al 2020 nel formato online), della quale rappresenta una fedele sintesi delle parti dedicate al ruolo della psicoterapia nel trattamento delle psicosi e della schizofrenia, con particolare riferimento alla psicoterapia cognitivo-comportamentale.
Il presente lavoro delinea le indicazioni di buona pratica clinica per il trattamento del disturbo bipolare sulla base dell’ultimo aggiornamento delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Alla luce degli interventi presi in considerazione, gli studi suggeriscono che gli interventi psicologici strutturati producono promettenti dati di efficacia, non solo negli episodi acuti, ma possono avere un beneficio a medio e lungo termine per pazienti con disturbi bipolari, con una riduzione dei tassi di ospedalizzazione e dei relativi costi di gestione. Le evidenze sono più solide in relazione agli interventi psicologici individuali e di assistenza collaborativa mentre gli interventi di gruppo, la terapia cognitiva integrata e interpersonale e la psicoeducazione per le famiglie hanno mostrato dei risultati promettenti.
Sebbene l’esposizione per abituazione, basata sul principio di cancellazione della memoria eccitatoria aversiva, sia ancora oggi largamente prevalente in ambito clinico, un modello differente, quello dell’apprendimento inibitorio, si propone di modificare radicalmente il trattamento delle fobie e dell’ansia, enfatizzando il ruolo delle procedure, diverse dall’abituazione, che elicitano, nel paziente, la creazione e il rafforzamento di una memoria rivale, la c.d. memoria inibitoria. L’articolo vuole essere una riflessione sul ruolo dell’esposizione nelle pratiche di accettazione in uso nella c.d. Terza Onda della Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, in gran parte basate sull’utilizzo della mindfulness, e intende mostrare, basandosi sulle evidenze scientifiche più recenti, come tali pratiche possano essere inquadrate proprio all’interno del paradigma fissato dalla teoria dell’apprendimento inibitorio e come, per esse, conseguentemente, si apra un potenziale spazio di miglioramento procedurale, diretto all’ottimizzazione della forza, della durata e della recuperabilità della associazione inibitoria, al rafforzamento del processo di estinzione e al contrasto del ritorno della paura e dell’emozione negativa.
Il rapporto tra “profittabilità” e comportamento degli operatori è un rapporto di fondamentale importanza nel sistema dei valori espressi dalla nostra Carta costituzionale e, per tale ragione, è indispensabile fare in modo che l’attività imprenditoriale sia funzionale ad un profitto sostenibile, specialmente in un settore come quello del turismo. Ponendo l’uomo, l’ambiente ed il nostro patrimonio storico, culturale ed artistico al centro del sistema economico, è possibile far sì che produttività e profitto rappresentino il presupposto per un’azione in grado di intuire e soddisfare i bisogni dell’altro. Bisogni di cui si devono fare carico le comunità politiche, i singoli individui e le aggregazioni sociali.
Quali sono gli apprendimenti che si verificano in contesti cittadini che stanno transitando verso esperienze di pluralismo culturale? Quali sono i significati attribuiti alle differenze da parte di individui che condividono spazi e attività? Che ruolo giocano le pratiche commerciali all’interno di queste dinamiche? Come si configurano i rapporti fra commercianti storici e commercianti con background migratorio? Queste alcune domande che fanno da sfondo alla ricerca qualitativa presentata in questo contributo. Si tratta di uno studio di matrice etnografica che, attraverso l'utilizzo di interviste semistrutturate e momenti di osservazione, intende analizzare quali sono gli apprendimenti incentivati dalle pratiche di contatto che vanno a configurare rapporti, comportamenti e interazioni tra commercianti con diversificati background etnico-culturali, i loro clienti e gli attori organizzativi delle associazioni di rappresentanza.
The aim of this paper is to explore some open conditions and trajectories for thinking about models of learning facilitation in the light of non-linear understandings, typical of the posthuman thought. The posthuman framework allows for the thematization of a plurality of methods of educational intervention that decentralize that humanist logic that operates through oppositional and hierarchical models, shifting attention toward “practical provocations” that highlight the vitality of the material and the non-human. Grounding this proposal in the expert work of those scholars who are offering systematizations of this field of study, the article brings together examples of some empirical experiences to illustrate certain applications of feminist new material, posthumanist and postqualitative approaches to education.
The need of society to activate medical prevention has led the scientific community to value narrative skills to increase the understanding and acceptance of disease. With the diagnosis of cancer, everything changes: from the perception of one’s body to the relationship with family members, and it is only through the narration of one's experience of treatment that the person shares their feelings, emotions, fears and concerns with other individuals, retracing the imaginary experience and sharing a personal phase of their life. This approach meets Humanitas’ need to evaluate the “Sorrisi in Rosa” (SiR) project dedicated to accompanying women undergoing screening for or diagnosed with breast cancer to highlight the elements of impact and spaces for development in accompanying patients. Through emotional support and sharing their stories, patients involved in the program can develop a sense of community and mutual understanding. This not only provides an environment conducive to coping with the challenges of the disease but can also help reduce the sense of isolation that often accompanies breast cancer. The monitoring by CREMIT (Center for Research on Media Education, Innovation and Technology), in collaboration with IRCCS Humanitas is part of the desire to investigate and understand how storytelling can make illness and treatment a transformative process, capable of rereading and coping better with one’s personal experience as a woman. The research presented here, divided into three phases, focuses on analysing the narratives produced within the project and the questionnaire administered, to improve care and support for women involved in breast cancer screening and treatment programs.
L’articolo approfondisce le condizioni multidiscriminatorie a cui sono esposte le donne con disabilità, a partire dall’adozione di una prospettiva critica intersezionale (Crenshaw, 1989; 2017). I primi paragrafi esaminano lo scenario internazionale relativo alle ricerche sui fenomeni di violenza contro le donne con disabilità. Gli ultimi paragrafi esplorano traiettorie di ricerca e formazione per lo sviluppo di pratiche educative verso percorsi di emancipazione.
Il contributo affronta la problematica dell’intersezionalità secondo direttrici di pedagogia critica, mettendo in evidenza la dimensione conflittuale che sottende la prospettiva intersezionale medesima e operando, tramite la disamina del concetto di ‘token’, un rilievo critico sull’omologia tra sessismo/razzismo e relazioni interpersonali. A tale scopo, il concetto di transindividualità, con i propri corollari teorici rinvenibili nei concetti di congiuntura e temporalità differenziale, permette di evidenziare nel discorso pedagogico e nelle pratiche educative la dimensione istituzionale e rituale che percorre e sottende tali relazioni, permettendo altresì di rinvenire nel rapporto tra lavoro educativo sul campo e traduzione di esso in ambito accademico una discrasia temporale che può avere forme di incontro e congiuntura assai diverse. Sotto il profilo metodologico e procedurale, le pratiche, qui presentate nella loro articolazione, della supervisione pedagogica e dell’autoetnografia permettono di recuperare sul piano critico e clinico gli effetti dei rapporti di potere e della dimensione regolativa entro diverse istituzioni educative, come pure nell’intersezione tra esse e la dimensione informale dell’accadere educativo, evidenziandone gli effetti sulle dimensioni corporee e simboliche che attraversano e parimenti modificano gli spazi educativi e i diversi tempi di cui essi sono composti. La tesi del contributo, pertanto, attiene alla non contemporaneità tra lavoro educativo e pedagogia accademica, come pure alla mancata omologia tra rapporti di potere e relazioni interpersonali, per esplorare la possibilità di incontri educativi autentici anche nella propria costitutiva conflittualità e oltre i rischi di tokenismo ed esclusione che, sotto il profilo del genere e delle relazioni interculturali, ne rappresentano una fra le possibili aree di latenza.
La violenza sulle donne sta assumendo la forma di un vero e proprio femmigenocidio che viene perpetrato a livello globale (Segato, 2023), una “guerra contro le donne” che non si può più interpretare come singoli episodi della sfera privata ma come frutto di un patriarcato sistemico e di un “mandato di mascolinità” (Segato, 2015) che ha le sue radici nella cultura Illuminista e Coloniale. La deprivatizzazione della violenza sulle donne porta a interrogare il rapporto tra genere, razza e classe nelle discriminazioni intersezionali (Crenshaw, 1989), con un focus sulla necessità di riportare l’attenzione sul tentativo di “esternalizzazione” della violenza sulle donne da parte del mainstream e sul nesso che sussiste tra colonialità e verticalizzazione dei rapporti in relazione al sessismo interiorizzato (hooks, 2021) che, trascendendo il rapporto uomo-donna, dimostra la pregnanza formativa del modello patriarcale e l’esigenza di problematizzare le dicotomie e l’ideologia del gender. Per far emergere le complesse strutture oppressive che discendono dal modello patriarcale, bisogna percorrere un itinerario che, con una modalità riflessiva (Nuzzaci, 2011), ci porti dal margine al centro (Hooks, 2023), dal tentativo di comprendere le motivazioni della violenza ai costrutti sedimentati per innescare un processo di coscientizzazione (Freire, 2004) nelle nuove generazioni. Promuovendo una pedagogia femminista, la proposta è di improntare azioni pedagogiche che riportino al centro la cittadinanza come pratica di appartenenza al contesto di vita e come pratica di ampliamento delle possibilità e delle condizioni perché le persone oppresse in seno alla struttura patriarcale coloniale (uomini e donne) possano ri-appropriarsi del centro, acquisendo agency per agire la trasformazione delle strutture di pensiero e di potere sessiste. Per questo è necessario dare corpo alla parola, una parola capace di descrivere lo stato di marginalizzazione e oppressione e possa far emergere, riflessivamente le relazioni di potere per dare vita a visioni alternative di giustizia e di vita buona (Benhabib, 2019).
Quali sono gli interrogativi epistemologici e metodologici che gli studi femministi decoloniali possono porre alle scienze dell’educazione? Questa la domanda di ricerca da cui prendono avvio le riflessioni proposte nel presente contributo. Il lavoro si posiziona dentro una filiera multidisciplinare che raccoglie a) le sollecitazioni provenienti da alcune delle principali voci che offrono letture decoloniali degli studi femministi e b) quelle traiettorie di analisi emergenti che stanno coniugando la ricerca educativa con le sollecitazioni provenienti da queste studiose. L’ipotesi è quella secondo cui il pensiero femminista decoloniale possa fornire chiavi interpretative e strategie d’azione per pensare a traiettorie d’indagine e modelli di intervento educativi che tematizzano i limiti dell’oggettività e dell’universalità delle categorie interpretative dominanti prodotte dal pensiero occidentale.
A partire dall’analisi del testo fondativo del movimento internazionale dell’ecofemminismo, il contributo conduce una disamina sull’opportunità di attraversamento in senso intersezionale della prospettiva ecofemminista con il pensiero meridiano in chiave educativa. Attraverso un preliminare lavoro di decostruzione delle istanze essenzialiste che caratterizzano l’identificazione del mondo femminile con quello naturale, il saggio individua delle linee di attraversamento tra le prerogative peculiari attribuite culturalmente alle categorie delle persone socializzate come donne, dell’ambiente naturale e del meridione, e più in generale dei Sud. L’individuazione delle prossimità e delle condivisioni dei vissuti di esclusione e marginalizzazione che accomunano queste tre identità viene assunta nell’articolo quale categoria culturale da ribaltare e trasformare in un’istanza educativa di mutazione. Sulla scorta delle analisi elaborate nella prima parte, l’autrice avanza la proposta di una pedagogia ecofemminista meridiana i cui tratti essenziali sono la conduzione di un lavoro di disvelamento delle connessioni delle identità plurali in senso intersezionale tra sessismo, razzismo ambientale e antimeridionalismo interiorizzati al fine di definire percorsi educativi caratterizzati dall’accoglienza delle fragilità e delle differenze e dall’ecologia come impostazione teorico-metodologica per favorire la configurazione di contesti educativi, ambienti di apprendimento e pratiche didattiche intrise di pluralismo a più livelli.
Il presente contributo intende muoversi tra il passato e il presente delle pratiche di cura per mettere in luce alcuni nodi problematici legati a consuetudini educative violente volte alla normalizzazione delle identità e dei corpi di coloro che divergono dalla normalità statistica e dai canoni di ciò che viene considerato accettabile o consono in un dato contesto. Si sceglie di focalizzarsi in particolar modo sulla storia e sulle esperienze di persone neurodivergenti e di persone queer, due gruppi sociali marginalizzati a vari livelli, e sull’intersezione storica e concettuale delle pratiche rieducative violente che entrambi i gruppi hanno subito e continuano a subire, sia separatamente che nella loro intersezione (identità neuroqueer). Con la consapevolezza che l’intento normalizzante e di inquadramento all’interno di canoni prestabiliti – che spesso sfocia in pratiche più o meno esplicitamente violente, inquadrabili all’interno della pedagogia nera – si applichi anche a molteplici altre categorie di persone, l’affondo su identità neurodivergenti e su identità queer funge da esempio emblematico che intende invitare a una riflessione e a una profonda messa in discussione delle finalità della pedagogia e delle pratiche educative e di cura, evidenziando e problematizzando anche le questioni di potere al loro interno.