La ricerca ha estratto dal catalogo 105549 titoli
L’obiettivo generale della ricerca è stato quello di analizzare la relazione tra il funzionamento familiare e il funzionamento adattivo del bambino con ASD, secondo i tre livelli di gravità. Nello specifico, si è indagato la relazione tra le caratteristiche della teoria di Olson e il funzionamento adattivo del bambino. Si è indagato, inoltre, sulle possibili differenze relative al funzionamento familiare (padre vs madre).
Il trainer del secondo anno del corso di Specializzazione in Psicoterapia Relazionale, al rientro dall’isolamento causato dal COVID-19, ha proposto al gruppo un’esperienza fuori dall’aula di formazione. La lezione è stata suddivisa in tre momenti, legati tra loro da un filo conduttore: la prigionia. In un’ottica di complessità, questa esperienza di training ha lavorato su più livelli contemporaneamente: individuale, di coppia e di gruppo, in una dimensione sincronica e diacronica, all’interno di una cornice ecosistemica. Questa esperienza ha voluto, inoltre, proporre una riflessione sul futuro della formazione in psicoterapia relazionale, a partire dalla necessità di mettere in relazione modello sistemico-relazionale, macrosistema, setting e mondo circostante.
Sono passati quasi quarant’anni dall’eliminazione della diagnosi di omosessualità all’interno del DSM da parte dell’APA, ma la popolazione LGBTQIA+ stenta ancora a trovare un adeguato trattamento in ambito clinico, a causa della mancanza di apposite competenze da parte dei clinici chiamati ad accoglierla. Un aggiornamento nella formazione dei futuri psicoterapeuti, che riguardi le nuove forme di famiglia emergenti, le specifiche difficoltà a cui è sottoposta questa parte della popolazione e come queste influiscano nel benessere individuale, familiare e di coppia, pare fortemente necessaria. Data l’estrema rilevanza dell’accettazione o meno all’interno dell’ambiente sociale e familiare per lo sviluppo di un adeguato benessere psicologico nelle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, l’approccio sistemico-relazionale pare esser quanto mai adatto all’analisi della condizione di questa parte della popolazione nonché alla sua comprensione, dato l’occhio di riguardo da sempre riservato alla complessità dell’essere umano.
Questo articolo analizza la questione della migrazione femminile, in aumento negli ultimi anni. Le donne partono per diverse ragioni, anche se le questioni legate ai rapporti familiari sono molto presenti. Abbiamo qui presentato i diversi livelli di espressione della motivazione migratoria. Poi, una volta nel Paese ospitante, il luogo di lavoro, che è un elemento significativo della dignità del migrante e del suo posto nella società in cui vive serà qui avvincinato. La maternità, con ciò che rappresenta questa fase in un contesto migratorio, e l’importanza delle 4S della genitorialità. Verrà inoltre analizzato il ruolo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) nei contatti internazionali e nei legami che le donne migranti mantengono con le loro famiglie in patria. In questo articolo, utilizzeremo una serie di situazioni cliniche per illustrare i nostri punti.
Isolamento sociale e solitudine risultano essere fattori di rischio rilevanti per la qualità di vita della persona anziana. Nuove modalità di interazione sociale, quali le videochiamate, apro-no un panorama di opportunità utili al fine di preservare salute mentale e legami sociali. L’uso di internet tra gli anziani è in aumento in tutto il mondo e l’emergenza legata alla pandemia da COVID-19 ne ha amplificato l’utilizzo. La rassegna sistematica ha l’intento di delineare una valutazione critica dei possibili benefici delle videochiamate per la persona anziana. Le eviden-ze indicano come le videochiamate risultino utili nel migliorare lo stato emotivo della persona anziana e nel mitigare l’isolamento sociale. I risultati vengono analizzati anche in termini di diversità e vulnerabilità individuali, impatto della pandemia, familiarità con la tecnologia e con-testi di vita.
La sindrome da burnout è una condizione di disagio psicologico, spesso presente in opera-tori sanitari – caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e scarsa realizzazione personale. Tuttavia, alcuni studi sembrano suggerire un legame tra investimento nell’attività scientifica e bassi livelli di burnout. Gli autori hanno cercato di verificare questo legame. Nell’indagine sono stati arruolati 58 operatori sanitari di ambito oncologico a cui è stato somministrato il Maslach Burnout Inventory (MBI) e la scala ‘stima’ Impatto psicologico - Professionisti sanitari. I soggetti sono stati suddivisi in base al numero di pubblicazioni scien-tifiche dell’ultimo anno. L’analisi di profilo ha rivelato un effetto multivariato statisticamente significativo: F = 3.584, p = 0.014, ?2p = 0.176. I professionisti con una produzione scientifica elevata hanno mostrato profili con minori livelli di burnout. I risultati, sebbene da prendere con cautela, sem-brano confermare la letteratura, suggerendo un legame tra una maggiore attività scientifica e un minor rischio di sindrome da burnout.
Lo studio indaga l’esperienza di persone transgender e non binarie (TGNB) (13-31 anni) e dei loro genitori rispetto al tema del nome anagrafico ed elettivo. Partecipanti: 16 nuclei familiari (35 interviste; 16 persone TGNB; 19 genitori). Metodologia: analisi tematica delle in-terviste narrative; sia per il deadname che per il nome d’elezione sono stati indagati: processi di scelta e aspetti simbolici della costruzione identitaria; aspetti socio-affettivi; processi di af-fermazione e cambiamento. Risultati: deadname e nome elettivo seguono simili traiettorie di costruzione identitaria, ma il secondo è maggiormente simbolico-descrittivo e aderente alle aspettative; entrambi i nomi racchiudono aspetti affettivi ma con differenze importanti tra geni-tori e soggetti TGNB; i soprannomi sono mediatori della sperimentazione e dell’affermazione sociale.
Gli interventi di discussione dell’articolo-bersaglio: “La psicologia della salute come professione …” stimolano gli Autori a disegnare un percorso di costruzione scientifico-professionale della psicologia della salute (PdS) come processo aperto, articolato in divenire, fondato sull’intreccio fra cinque dimensioni-base: a) costruzione fenomenica (sviluppo stori-co-socio-culturale di rappresentazioni, modelli, pratiche di salute); b) costruzione scientifica (sviluppo di teorie e metodi ancorati a un paradigma); c) costruzione professionale (sviluppo di posizionamenti, profili, contesti professionali); d) costruzione formativa (sviluppo di percorsi, obiettivi e delle competenze attese); e) costruzione istituzionale (“territorializzazione” della PdS sul piano scientifico-professionale in relazione al welfare e alla servitizzazione dell’offerta di salute). Il processo è disegnato in modo sistemico e circolare.
La prospettiva di costruire una rete nazionale di psicologia di territorio può rappresentare un modo per rispondere alle questioni cruciali che Claudio Bosio, Luca Vecchio ed Edoardo Lozza individuano negli scenari professionali, disciplinari e formativi che caratterizzano la psi-cologia della salute. Intendiamo proporre alcune riflessioni per una strategia che superi la frammentazione nella crescita dell’offerta psicologica sul territorio, riaffermando l’autonomia culturale, professionale e organizzativa della psicologia. Cercheremo anche di rimarcare oppor-tunità e responsabilità che impegnino università, soggetti istituzionali e professionali nel com-pito di portare ordine e accompagnare la professionalizzazione degli psicologi del territorio.
Ogni discorso sulla psicologia applicata all’ambito sanitario non può prescindere da una ri-flessione sulle condizioni del nostro SSN e dalla proposta di interventi adeguati per risolverne le innumerevoli criticità. Se gli psicologi della salute non si fanno carico di questo compito, il loro lavoro è destinato a rivelarsi inutile o addirittura dannoso, perché alimenta l’illusione che sia possibile svolgere la loro professione prescindendo dalle caratteristiche strutturali del contesto sociale nel quale operano.
I dati del IV monitor stimolano la riflessione di chi opera nel campo della Psicologia della salute e della programmazione e organizzazione di servizi e politiche per la salute, invitando alla riflessione sulla distanza esistente fra la dimensione ideale di questo campo di lavoro e ciò che dichiarano i professionisti attivi sul campo. Per puntare a un effettivo rilancio di quest’ambito disciplinare è urgente rivisitare in prospettiva salutogenica set e setting dei contesti professionali, formativi e organizzativi in cui lo Psicologo della Salute opera, si forma, si aggiorna e si confronta con le altre figure professionali in campo per rispondere ai bisogni complessi emergenti nel contesto contemporaneo.
Il processo di professionalizzazione di un gruppo occupazionale ha un versante soggettivo connotato dalla costruzione dell’identità professionale. Essa influenza l’agire professionale dello psicologo e si sviluppa nelle relazioni di lavoro, ma può essere facilitata da esperienze ben progettate di socializzazione pre-professionale di carattere dialogico e critico.
Il contributo è un commento al paper di Bosio, Vecchio e Lozza dal titolo “La psicologia della salute come professione: stato, prospettive e implicazioni per la disciplina e la formazione”. Il commento si focalizza sostanzialmente sulla formazione degli psicologi in relazione al bisogno di salute della comunità. È condotta un’analisi dell’evoluzione degli ordinamenti della laurea in psicologia a partire dal 1999 e ne sono evidenziate criticità e risorse. Attenzione particolare è dedicata alla formazione attraverso il tirocinio, lugo in cui la distanza tra formazione accademica e formazione professionale sembra allungarsi. Il commento si conclude con u richiamo all’università perché si faccia carico più estesamente dell’intervento psicologico a pro-mozione e protezione della salute delle comunità.
Vengono qui presentate alcune riflessioni per quanto riguarda la formazione professiona-lizzante nell’ambito della psicologia della salute, pensando in particolare alle esperienze svilup-pate nell’ambito delle Scuole di Specializzazione in Psicologia della Salute e alle attese generate dallo sviluppo della psicologia delle cure primarie.
In un’epoca storica in cui gli standard prestazionali e i protocolli operativi misurabili, spe-cifici e replicabili sembrerebbero esautorare qualsiasi criterio soggettivo di giudizio, si intende porre l’accento sull’opportunità di volgere il nostro sguardo verso i processi, i significati e le premesse teoriche che regolano l’esperienza professionale degli psicologi, che riflessivamente contribuiscono a formare. Le scuole di specializzazione in psicologia della salute possono rap-presentare per la professione psicologica un’utile benchmark in cui sperimentare innovative progettualità e modalità di intervento di promozione della salute rivolte ai singoli, ai gruppi e alle comunità. A tal fine è opportuno sviluppare un costante dialogo transdisciplinare e compe-tenze flessibili e riflessive per operare in setting multiprofessionali, così come lavorare insieme agli utenti, portatori di interessi e decisori politici per costruire un maggior e reciproco inter-scambio tra mondo scientifico e mondo professionale.
Il contributo intende proporre riflessioni, ancorate ai principi concettuali e metodologici della psicologia di comunità, sui risultati della ricerca presentata nell’articolo di Bosio, Vecchio e Lozza pubblicati in questa rivista. La ricerca mostra come la salute rappresenti un marcatore, trasversale ai diversi contesti di lavoro, della professione psicologica. L’elemento di criticità, tuttavia, è rappresentato dal fatto che il carattere polisemico del termine “salute” è ridotto alla sola accezione di cura e trattamento di tipo psicoterapeutico a scapito di orientamenti salutoge-nici di promozione della salute. Riteniamo ciò motivo di preoccupazione e un’occasione persa da parte della psicologia italiana. Preoccupazione perché è ben noto che ridurre l’intervento psicologico alla sola cura può dare una risposta economicamente e socialmente sostenibile ai crescenti bisogni di salute solo se affiancato da robusti investimenti in prevenzione e promo-zione della salute volti a rimuovere le cause strutturali dei disturbi. Un’occasione persa perché la nostra comunità professionale sembra non riuscire a esprimere pienamente il proprio contri-buto nell’ambito della promozione della salute. Concludiamo esprimendo l’auspicio di un più stretto raccordo tra l’accademia e la comunità professionale che possa farsi strumento di co-costruzione di percorsi di formazione nella laurea magistrale e nel post-lauream che preparino i colleghi in formazione al lavoro psicologico di prevenzione e promozione della salute.
Gli organismi internazionali riconoscono che l’attenzione della psicologia della salute va rivolta sui fattori biopsicosociali capaci di influenzare la messa in atto di comportamenti salutogenetici. Conoscere e agire su questi fattori permetterebbe di salvare un numero considerevo-le di vite umane, se è vero che gli stili di vita costituiscono il principale fattore di protezione o, in prospettiva inversa, di rischio modificabile rispetto alla costruzione del proprio benessere e all’insorgenza delle patologie croniche, oggi al primo posto fra le malattie come impatto su mortalità e spesa sanitaria. Queste prassi professionali, tipiche della professione di psicologo e non ancorate alla psicoterapia, nel contesto italiano vengono spesso trascurate quando non esplicitamente neglette. Il risultato appare come una perdita di identità della psicologia della salute e di opportunità per la professione di psicologo. Le attese per la diffusione di uno psicologo di base chiamato a svolgere tali attività nell’ambito dell’assistenza sanitaria primaria ri-schiano di essere frustrate laddove la lente sulla base della quale selezionare queste figure sia quella della formazione nella cura della psicopatologia. Andare in questa direzione vorrebbe dire rinunciare ancora una volta a focalizzare l’attenzione sulla salute che non solo non è assenza di malattia, ma nemmeno va affrontata come la malattia.
Partendo dal presupposto che la salute è un diritto per tutti i cittadini, e che il concetto di salute è esteso ben oltre la cura delle patologie ma riguarda il benessere e la qualità di vita, va specificato quale sia il contributo che la psicologia può offrire per assicurare questo diritto. Vengono esposti gli obiettivi e i contesti degli interventi del professionista psicologo impegna-to nella promozione della salute e nella prevenzione del disagio, nel Servizio Sanitario pubblico e al di fuori di esso, nonché le modalità per assicurare allo psicologo una formazione adeguata a perseguire questi obiettivi.