La ricerca ha estratto dal catalogo 105549 titoli
La città di Prato (Italia) costituisce un contesto urbano multiculturale che ha spinto il Servizio pubblico di salute mentale ad attuare una serie di cambiamenti organizzativi e operativi per rispondere ai bisogni provenienti da richiedenti asilo e rifugiati, da migranti economici, dai loro familiari ricongiunti e dalle loro discendenze. Nell’ambito di questo scenario istituzionale, l’autore analizza le conseguenze della presa in considerazioni delle dimensioni culturali e storico-politiche nel lavoro clinico, psicoterapeutico e comunitario con questa tipologia di utenza e in particolare con richiedenti asilo e rifugiati. Emerge in questo modo la necessità di valutare l’impatto che sempre di più hanno i regimi di frontiera nella gestione dei movimenti umani transnazionali e nell’esperienza di chi li attraversa. I diversi dispositivi frontalieri sono sempre più a chiamati a un duplice e ambiguo compito: alcuni di essi sempre più respingono i popoli in fuga, altri cercano a fatica di proteg-gerli e di promuoverne le speranze.
Indagare e conoscere se stessi e il proprio essere al mondo attraver-so l’osservazione e una speciale osmosi con le cose. Questo potrebbe essere lo slogan di questo articolo. In realtà si tratta di cose che sono state dismesse d’ufficio perché non più funzionanti o superate, talune gettate, altre perdute. Cose che nel contatto con l’atmosfera annichilen-te dell’abbandono, si sono talora disintegrate, logorate, scolorite, spel-late, levigate, fino a divenire altro. E comunque frammenti di vita che ci erano appartenuti. “Quando le cose erano cose ci sentivamo meno soli” sembra essere il refrain che aleggia come voce fuori campo per tutta la durata del testo. Potremmo definire Geminiani “L’antropologo delle maree”, perché la maggior parte delle cose che ha collezionato nei decenni trascorsi provengono da spiagge fuori stagione. L’autore arriva a teorizzare empiricamente sul vacillamento esistenziale dei no-stri tempi. Quella inquietudine che, secondo lui, l’omologazione del mercato delle cose, e la fine di quella allegra e balzana biodiversità degli oggetti che aveva caratterizzato i decenni ’60, ’70 e ’80, ha contri-buito a rafforzare nelle persone; perché un oggetto effimero trasmette un sentimento di precarietà e, in una società già liquida, può aggravar-ne i sintomi, a differenza di quelle cose appartenenti al paesaggio do-mestico dell’infanzia. Cose destinate a durare e a essere cedute alle ge-nerazioni successive, cose in grado di ricambiare il nostro sguardo alla stregua di creature viventi. A parlare di cose e di sé, senza troppi filtri, è una persona che ha vissuto intensamente la solitudine di un abbandono che va considerato come esilio “volontario” per un deficit di au-tostima e un eccesso di impressionabilità: una pellicola troppo fotosensibile per potersi esporre nella luce piena e abbacinante di una giovi-nezza che non lo contemplava.
L’articolo affronta il tema dei Disturbi dell’Alimentazione (DA) nel “mondo occidentale”, evidenziando il complesso intreccio tra cultura e alimentazione, attraverso un’analisi socio-antropologica delle cornici culturali in campo. La ricerca, che è basata sull’approccio antropologico-interpretativo, mette in luce alcune delle complesse dinamiche culturali, sociali e sim-boliche, coinvolte nel modellare i rapporti delle persone con l’alimentazione, attraverso l’approfondimento da un lato di questioni emerse in letteratura, all’altro di un serie di interviste semi-strutturate, rivolte a professionisti e professioniste impegnate nella cura di persone con un DA. Gli autori esplorano i temi della speranza e della riparazione, a parti-re dal ruolo che giocano sia per le pazienti, che per i loro familiari, e altri concetti chiave, fra cui quello di rimediazione, di tolleranza per l’incertezza, di desiderio e di fiducia, fondamentali, nell’interpretazione delle cornici culturali, per i percorsi di guarigione.
L’autrice, considera cosi come altri autori, che la speranza sia alle origini di ogni percorso psicoanalitico e che la sua tenuta sia fonda-mentale nel processo terapeutico, così come già aveva annunciato Freud in un suo scritto del 1890. Tuttavia ella si domanda perché in questo momento la psicoanalisi abbia bisogno d’indagare questo termi-ne e tenta in questo breve lavoro, di offrire una riflessione a riguardo. Prende in considerazione il veloce cambiamento epocale che si sta attraversando nel sociale e quanto sia difficile mantenere una sana illu-sione, combattere le idealizzazioni e creare la fiducia alla base della speranza, ma anche quanto sia alto il rischio di cadere nell’ ipocrisia professionale di cui ha parlato S. Ferenczi. Viene riportato una breve vignetta clinica per esemplificare momen-ti difficili di perdita e rinnovata speranza, percorsi bui tra fari e mirag-gi in cui la speranza si propone come un’attesa laboriosa, un’attesa fiduciosa e pronta a cogliere l’umano che si presenta nel paziente come nell’analista al lavoro.
L’autore descrive il caso di un giovane paziente, molto compromesso a livello personale e sociale con alle spalle vari tentativi di suicidio, numerosi ricoveri all’SPDC e una diagnosi di Disturbo Paranoideo. Malgrado la gravità del quadro clinico, l’autore illustra come sia riuscito a lavorare terapeuticamente con lui per molti anni seguendo l’approccio relazionale ferencziano. Per Ferenczi il terapeuta deve lasciare da parte ipocrisie professionali, posizioni autoritarie, retoriche oracolari, fanatismo interpretativo e, piuttosto, deve riuscire a comunicare un clima di sincera e autentica accoglienza emotiva del paziente sofferente, a creare con tatto ed empatia una reciprocità analitica e un’interdipendenza reciproca. Questi indirizzi di tecnica ferencziana consentono che la relazione si consolidi come un caldo ambiente materno nel quale il paziente può iniziare a sperimentare il sentimento della fiducia nell’altro. Il sentimento della fiducia del paziente nel terapeuta, e viceversa, attiverà il processo trasformativo. Il caso clinico descritto dall’autore è testimonianza della trasformazione evolutiva avvenuta nel processo. Mentre dai primi sogni emergevano “false speranze di rinascita” in nuove e improbabili identità arroganti, maniacali e ipertrofiche, il paziente gradualmente arriva a produrre un sogno che segna un passaggio evolutivo fondamentale, un sogno che il paziente stesso definisce di speranza.
Nel contributo, partendo dall’inquadramento dell’elemento speranza co¬me aspetto peculiare dell’intima relazione tra analista e paziente, at-traverso l’analisi di un caso clinico, l’autore riflette sul legame tra ripe-tizione, speranza e riparazione nel processo psicoanalitico. Si descrive come la speranza sia legata al fenomeno del transfert, quest’ultimo, inizialmente considerato al servizio della resistenza, nell’evoluzione della teoria e della tecnica psicoanalitica diventa pilastro fondante del processo terapeutico e aspetto cruciale per il conseguimento della cura. L’autore evidenzia la necessità di costruire una posizione interna e re-lazionale rispetto a situazioni cliniche particolarmente complesse, come quella descritta, mettendo in evidenza un lavoro costante sulla dialetti-ca transfert-controtransfert. L’analisi del proprio controtransfert è un aspetto fondamentale per cogliere i posizionamenti del paziente, per orientare l’analista a disporsi in maniera tale da distinguersi dalle scene antiche proposte dal paziente, rieditate nel presente, e per offrire un’esperienza di comprensione e di cura che sia incisivamente tra-sformativa.
L’autrice si propone di approfondire il lato oscuro della Speranza, quello che non illumina, ma che può bloccare o impedire di vedere la realtà sia essa esterna che interna. L’autrice ipotizza che, così come Eros e Thanatos sono intricati insieme, così le passioni di attesa – Spes e Metus, Speranza e Timore - siano impastate e avvinte come edera l’una all’altra. Un disequilibrio dell’impasto può produrre un’alterazione di una delle due passioni di attesa. L’oggetto di studio, in particolar modo, è il destino della Speranza quando il Timore viene negato: l’autrice ritiene che l’ipertrofia della Speranza sia un tratto che contraddistingue la società ipermoderna e che rende difficoltoso il cammino verso una direzione. Attraverso la presentazione di due brevi casi clinici, che l’autrice ritiene esemplificativi della deregolazione della Spes, si esplorerà la grande speranza che deriva da una grande aspettativa, quella grande speranza che si può incagliare nell’indifferenziazione, nella sospensione o nella ripetizione.
I soggetti comunemente descritti come “Senza Fissa Dimora” pos-sono essere rappresentati come di esclusiva competenza sociale. Que-sto può essere in parte vero nella gran parte di questa popolazione, mentre in una piccola quota, dell’ordine del 3-5% si tratta di soggetti che presentano un chiaro quadro clinico di non-collaborazione dove il dolore psicologico viene presentato secondo il codice della estrema concretezza. La diagnosi e il registro di sintonizzazione diventano par-ticolarmente specifici di questo tipo di sofferenza. La homelessness può essere colta come una raffinata modalità dissociativa, dell’ordine creativo, di sopravvivenza di stati del Sé dissociativamente sospesi a seguito soprattutto di esperienze traumatiche. Attraverso la presentazione di un caso clinico di un paziente grave-mente regredito e non collaborativo si prova a sottolineare la dimen-sione post traumatica della condizione homeless. La soluzione home-lessness si struttura attraverso il registro concreto che organizza i setting e i possibili percorsi di ripresa del processo dissociativo.
L’Autore prende avvio da un’intuizione di W.R. Bion inerente il rapporto tra speranza e paura. Il suo discorso si snoda poi seguendo la traccia di interrogativi che emergono dalla disamina del concetto di speranza: esistono differenti forme di speranza? Tra queste ve ne è una che è maggiormente in grado di ‘resistere’ alla paura? Se E. Bloch pone Il principio di speranza al centro della coscienza anticipante dell’uomo, anche la paura può occupare un posto centrale in essa lavorando, però, in direzione opposta alla speranza e bloccando l’iniziativa dell’uomo? L’autore sostiene che la speranza e l’iniziativa dell’uomo possono essere bloccate dalla paura generata da un Super-Io crudele e persecu-torio che punisce severamente ogni più piccolo errore. Il terrore per la punizione del SuperIo inibisce il sentimento creativo della speranza perché per poter essere creativi ed usare la forza della speranza bisogna poter sbagliare senza conseguenze. La fede dell’analista in se stesso, nella psicoanalisi, nel paziente è essenziale per il radicamento di un atteggiamento del paziente orientato verso la speranza.