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La nota propone una riflessione sui rapporti tra gli studi sul colonialismo e quelli sul fascismo dagli anni Settanta sino a oggi. In particolare ricostruisce come la storiografia sul colonialismo abbia riflettuto sulla specificità dell’espansionismo italiano degli anni Venti e Trenta, e come gli esiti di questi studi abbiano dato un contributo alla conoscenza e alla comprensione del fascismo. La nota individua diverse fasi nel rapporto tra i due filoni di studi: dapprima la storiografia del fascismo ha fornito le categorie per poter analizzare la politica espansionista del Ventennio; in seguito il colonialismo è emerso definitivamente come una parte integrante della storia d’Italia e quindi anche della storia del fascismo; in quanto tale, gli studi sull’espansionismo hanno contribuito agli studi sul Ventennio. A cento anni dalla marcia su Roma, gli studi sul fascismo sembrano avere integrato la dimensione coloniale all’interno delle loro analisi, in maniera molto più evidente e sistematica rispetto all’inizio del XXI secolo.
Le questioni economiche sono rimaste ai margini della gran parte delle pubblicazioni occasionate dal centenario della marcia su Roma. Si delineano tuttavia alcune tendenze innovative, anche grazie alla tendenza a valicare gli steccati disciplinari e subdisciplinari ovvero, in primo luogo, a superare la divaricazione tra storia economica e storia politica. Tra i temi più rilevanti, l’autarchia, le diseguaglianze, il sistema bancario. La nota cerca di rendere conto di ricerche recenti e dibattiti in corso, a cavallo tra storia economica e politica, e di individuare alcune linee di riflessione comuni: il nesso tra accumulazione e distribuzione, lo sviluppo, le interdipendenze internazionali.
Con molto ritardo rispetto ai paesi anglosassoni, anche negli ambienti accademici italiani l’interesse nei confronti del videogioco è in rapida crescita, come dimostrano alcuni convegni e pubblicazioni recenti. L’articolo riprende alcune delle riflessioni emerse nel dibattito interdisciplinare in atto, dando conto dei possibili e molteplici approcci al medium videoludico dal punto di vista delle scienze storiche. Lo sguardo si concentra in particolare sulla Public History e sul videogame come pratica efficace per la trasmissione del sapere storico (didattica inclusa), per la rappresentazione di storie e memorie di comunità o per la conoscenza del patrimonio storico e culturale.
Cosa desiderano le bambine e i bambini? È l’attestarsi di questa domanda a rivelare il “bambino consumatore”. Sulla scorta di una ormai ampia storiografia internazionale e privilegiando l’analisi delle pratiche commerciali che attribuiscono crescente riconoscimento all’agency infantile e al potere decisionale delle bambine e dei bambini, l’autrice indaga il complesso rapporto tra infanzia, famiglie e mercato in Italia nel corso del Novecento. Con una prospettiva di genere, il saggio mostra come la "scoperta" dell’infanzia vada di pari passo con l’espandersi del mercato dei prodotti a essa destinati ed evidenzia, al mutare della cultura mediatica, l’affermarsi di un dialogo sempre più diretto ed esclusivo tra mercato e infanzia, con la parallela marginalizzazione, fino all’espulsione, degli adulti come decisori e intermediari. In particolare per gli anni Ottanta, l’autrice evidenzia come la cultura del consumo delle bambine e dei bambini rimoduli la cultura dei consumi tout court, la definizione stessa di infanzia, i rapporti tra generazioni e le modalità di socializzazione tra pari.
L’articolo ricostruisce la storia delle filiali della Banca commerciale italiana in Sardegna fra il 1906 e il 1924, inserendo quelle vicende nella più ampia storia economica e bancaria dell’isola dalla fine del XIX secolo al secondo decennio del Novecento. Si tratta di una prospettiva nuova tramite cui studiare l’azione della Comit nell’isola, finora esaminata solo nel suo ruolo di finanziatrice del cosiddetto “Gruppo elettrico sardo” gestito da Giulio Dolcetta. Con lo studio dell’impianto e dello sviluppo delle filiali si intende misurare la presenza della Banca sul territorio isolano, la sua penetrazione nel tessuto socioeconomico e i rapporti diretti stabiliti con i risparmiatori e gli imprenditori. Il principale dato emerso dall’indagine evidenzia la crescita esponenziale della presenza della Comit in Sardegna e la sua ramificazione capillare nel territorio in un contesto fortemente concorrenziale con il Banco di Napoli nell’anteguerra e ancor più con il Credito italiano nel dopoguerra. Le fonti primarie utilizzate sono le carte conservate presso l’Archivio Storico Intesa Sanpaolo relative all’impianto delle dipendenze sarde della Bci e i loro registri contabili. Si sono inoltre consultati i documenti delle filiali sarde del Banco di Napoli per comparare strategie e risultati ottenuti nel periodo in oggetto.
Questo saggio ricostruisce il ruolo della giustizia militare nella mobilitazione del fronte interno italiano nel corso della Seconda guerra mondiale. L’analisi coniuga fonti delle amministrazioni centrali e locali e quelle della giustizia militare, e l’azione giudiziaria del Tribunale militare territoriale di Verona. Un’analisi quantitativa e qualitativa ricostruisce la vita quotidiana delle persone nel corso della Seconda guerra mondiale, consentendo di comprendere la capacità del fascismo di mobilitare la popolazione, il ruolo della repressione dei lavoratori mobilitati nella gestione del fronte interno e i conflitti che divisero le diverse amministrazioni dello stato. Studiare il ruolo della giustizia militare nelle guerre fasciste permette infine di far maggior chiarezza sul ruolo delle istituzioni militari nel ventennio, evidenziando come il progetto di militarizzazione della società attuato sia stato supportato ma anche condizionato dalle istituzioni e dalla giustizia militare.
Quest’articolo esamina la specificità delle esperienze dei bambini della Seconda guerra mondiale sul fronte occidentale sulla base delle fonti (disegni, giornali, lettere, lavori scolastici) che i giovani tedeschi, francesi e italiani hanno prodotto. L’approccio comparativo adottato rivela che, nonostante i quadri nazionali divergenti, i bambini in età scolare di queste aree condividono una temporalità comune e un comune regime di storicità della guerra mondiale. Poiché sono stati tenuti a lungo e a distanza dal conflitto, sono entrati nell’esperienza della guerra più tardi rispetto agli anziani o ad altri gruppi della popolazione. Inoltre, capirono e interpretarono gli eventi bellici in modo simile, tanto che nella prima metà degli anni ’40 costituirono una vera e propria “comunità di esperienza”.
La traduzione in lingua italiana del libro La Question, contenente la cruda testimonianza del militante del Partito comunista algerino Henri Alleg, arrestato e torturato durante la battaglia di Algeri nel 1957, è all’origine di una serie di reazioni. Le azioni di solidarietà messe in atto dagli intellettuali afferenti all’area politica del Pci e la campagna orchestrata da “l’Unità” nell’autunno del 1959 in solidarietà al giornalista costituiscono l’oggetto di questo saggio. In particolare, verranno presi in esame il rapporto fra intellettuali e partito allo scoppio della guerra d’Algeria, la storia del festival letterario “della Resistenza”, organizzato dalla città di Omegna, che per la sua prima edizione assegna il premio ad Alleg, e la vasta campagna portata avanti da “l’Unità”. L’analisi delle lettere di solidarietà inviate dai lettori contribuisce a fare luce sul ruolo della questione algerina nell’Italia di fine anni Cinquanta e a ricostruire il processo di “transfert” fra la memoria della Resistenza e la ricezione delle lotte di decolonizzazione.
In questo saggio l’autore si propone di analizzare la campagna militare condotta dall’Italia fascista contro l’Etiopia da una particolare prospettiva bottom-up, ossia dalla città di Napoli. La scelta si deve al riconoscimento del peculiare ruolo di crocevia svolto dalla città partenopea sia nella fase di preparazione sia in quella di guerra aperta. Tale funzione logistica fa di Napoli uno straordinario punto di osservazione sui flussi di soldati, operai, animali e mezzi che transitarono per il suo porto. Intento del saggio è quello sfruttare la prossimità all’oggetto di studio data dalle fonti istituzionali locali e periferiche dello Stato per cercare di entrare dentro la macchina bellica messa in piedi dal fascismo. Nel farlo si evidenzieranno capacità e limiti di alcuni ingranaggi, come la rete istituzionale creata per gestire quell’ingente traffico, l’accantonamento delle truppe e la selezione e invio degli operai militarizzati nel nascente impero fascista.
Questo articolo tenta di analizzare alcuni quesiti storiografici concernenti il rapporto tra comunismo italiano e colonialismo, sollevati dalla presenza di una sezione del Partito Comunista Italiano (Pci) sorta a Mogadiscio nel 1942. Innanzitutto, si contestualizza la nascita di questa sezione nella Somalia occupata dalle forze britanniche, focalizzandosi sui rapporti con l’amministrazione militare e con la comunità italiana. Ci si sofferma poi sull’attività dei comunisti di Mogadiscio e sui rapporti con il Pci, rispetto a cui la sezione sembrerebbe essere sorta in sostanziale autonomia. Se ciò conferma una notevole circolazione di idee e pratiche del movimento comunista al di là dei network della Terza internazionale, allo stesso tempo risulta un elemento atipico nel contesto politico di questi anni. L’articolo identifica poi il reclutamento di militanti attuato nei campi di prigionia inglesi da parte della sezione come una peculiare declinazione del “partito nuovo” togliattiano. Infine, ci si sofferma sull’atteggiamento paternalista e colonialista alla base dell’esclusione dei somali dall’orizzonte politico della sezione.
Questo scritto si propone di presentare i temi principali del recente volume di Gianni Toniolo dedicato alla storia della Banca d’Italia negli anni fra la sua fondazione (1893) e la caduta del fascismo (1943). Riprendendo alcuni recenti contributi sulla storia del central banking, si mostra come la contrapposizione fra “evoluzione” e “costruzione” di una banca centrale rappresenta un’utile, anche se parziale, chiave per rileggere la storia della Banca d’Italia. Mentre in età giolittiana si realizza una forte affermazione della Banca nella difesa della stabilità monetaria e nel perseguimento di obiettivi di pubblico interesse, negli anni fra le due guerre si ha un progressivo ridimensionamento delle principali funzioni di politica monetaria e valutaria. In questa fase, con le leggi bancarie del 1926 e 1936, prevale la costruzione di nuove regole che indirizzano la Banca d’Italia a svolgere compiti di vigilanza e di supervisione a tutela della stabilità del sistema bancario italiano.
A cento anni dalla presa del potere fascista, la storiografia continua a interrogarsi su quei passaggi e quel regime, sollecitata dalle preoccupazioni e dalle domande del presente. Se il mercato editoriale e i meccanismi accademici contribuiscono a popolare le librerie, la partita aperta sulla divulgazione di massa getta luce su quanto la storia del fascismo sia ancora un argomento attorno a cui si costruisce e decostruisce il discorso politico e sul valore strategico della battaglia per la memoria pubblica. Tra banalizzazioni e riduzioni, fascismo e antifascismo continuano a connotare le fratture, in cui si inserisce l’anti-antifascismo come nuovo elemento discorsivo, nel quadro di un dibattito pubblico che segnala la necessità di indagare i percorsi dell’antifascismo, il rapporto irrisolto della destra col fascismo e la necessità di comprendere come pesa la domanda culturale.
Il fascismo in biografia, Politica e partiti nell’Italia repubblicana, Storia memoria tra fascismo e resistenza, Anni Settanta: movimenti e lotte, La società italiana in trasformazione: abitudini e costumi, Le guerre italiane in età contemporanea, L’antisemitismo fascista, Economia e storia d’impresa
Il presente lavoro si pone l’obbiettivo di mostrare come oggi il tema dell’alimentazione connesso alle migrazioni e alle pratiche confessionali pon-ga nuove sfide in termini di convivenza urbana pacifica tra culture. La ricerca presentata è stata condotta a livello nazionale nel biennio 2020-2021 in mate-ria di mense scolastiche, intese come luogo d’incontro tra culture e pratiche differenti, con l’obiettivo di esplorare il grado di inclusività e apertura rispetto all’offerta menu di tipo etico-religioso. Si cercherà di intendere il momento del pasto condiviso come forma di contatto, sostenendo come il cibo possa essere considerato uno spazio identitario di autoaffermazione e conoscenza dell’Altro.
I Rom, Sinti e Caminanti sono ancora oggi il gruppo sociale maggiormente marginalizzato, quindi diventa significativo attraverso loro riflettere su una delle questioni centrali della nostra epoca contemporanea: la scolarizzazione. L’obiettivo della ricerca è osservare quali miglioramenti sono avvenuti a se-guito di un intervento integrato di politiche socio-educative contro la disper-sione. Questa indagine non è stata incentrata sulla ricerca delle differenze identitarie dei bimbi RSC, ma su quegli elementi e processi di cambiamento a livello integrato che, nonostante la diversità e nella diversità, rendendo la co-munità, la scuola e le famiglie RSC protagonisti del cambiamento attraverso degli interventi integrati, e che possono diventare utili per contrastare la di-spersione scolastica. Per far ciò, la ricerca si è concentrata su un gruppo di Rom di Messina coinvolto in un progetto di politica socio-educativa basato su un approccio integrato, denominato “L’inclusione e integrazione dei bambini Rom, Sinti e Caminanti”, promosso dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali e svolto in collaborazione con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Per analizzare ciò ci siamo chiesti: cosa poteva accadere a quegli studenti RSC se il progetto non fosse stato avviato? A tal fi-ne è stata condotta una ricerca controfattuale che, attraverso l’uso di strumenti qualitativi (interviste a testimoni privilegiati, ai docenti e alle famiglie Rom) e quantitativi (alle famiglie e agli studenti), ha permesso la valutazione della va-riazione degli outcome oggettivi. Inoltre, è stato preso in esame un campione di controllo, assimilabile in termini statistici, cioè che presentassero caratteristi-che medie paragonabili e bilanciate, e che non fossero coinvolti nel progetto analizzato. Per avere indicazioni sull’efficacia del progetto sin dal breve pe-riodo siamo andati alla ricerca di esiti osservabili nell’immediato: puntualità alle lezioni; giorni di assenza; interesse dei genitori per l’apprendimento dei figli; voti in matematica/italiano. Quello che è emerso dalla ricerca, rispetto agli indicatori osservati, è che l’intervento integrato ha prodotto una variazio-ne nella direzione attesa, di notevole entità e statisticamente significativa. Se guardiamo al gruppo di controllo notiamo come vi sia una tendenza generaliz-zata al peggioramento nel tempo per gli indicatori d’interesse. Per il gruppo dei trattati, l’intervento integrato ha arrestato o addirittura invertito questa ten-denza provocando il notevole miglioramento in termini relativi.