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The pandemic deeply affected the curricular internship in higher education since the emergency provisions included mobility limitations and companies’ closure. Since curricular internships are often compulsory for degree attainment, the universities reacted in different ways to ensure the completion of the study programme. This article reports on the collection of data carried out in April-July 2021 in the frame of the ON-IT project about provisions adopted by universities during the worst period of the pandemic emergency. Results are discussed, and the conclusion highlights the next steps of the project development to ensure the quality of online and blended internships to support the acquisition of employability skills for remote work.
Il progetto “Media Dance”, nato dalla collaborazione scientifica tra il Dipartimento di Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” (Università di Milano-Bicocca) e La Fondazione Piemonte dal Vivo, ha avuto come obiettivo quello di sperimentare e promuovere riflessioni e pratiche innovative nell’incontro tra mondo della scuola e linguaggi performativi. Con riferimento al PNRR: M4c1.2 “Miglioramento dei processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti” e al nuovo Piano triennale delle Arti (DPCM 12/05/21), il contributo testimonia e analizza, nello specifico, una proposta formativa rivolta a insegnanti di quattro scuole secondarie di secondo grado di Torino. Il progetto, collocandosi nel solco di una tradizione pedagogica che riconosce e valorizza anche a scuola l’intreccio tra uomo e mondo, corpo e mente, dimensione scientifica e artistico espressiva (Sibilio, 2012; Antonacci & Guerra, 2018; Scardicchio, 2018; Gamelli & Mirabelli, 2019), ha inteso approfondire il potenziale che la dimensione artistica può apportare nella formazione degli insegnanti.
Il contributo propone una riflessione sul tema dello sviluppo di competenze di pensiero critico e creativo in Higher Education, con particolare riferimento a studenti e studentesse nell’ambito dell’educazione e della formazione.
The study reports data from the implementation of hybrid blended learning solutions (HBLS) in initial teacher training programmes for pre-school and primary school teachers. The design of the relevant university courses were revised in a transformative way, using innovative and digitally integrated approaches (DM 289/2021). Twenty teacher educators and 364 students were involved through the administration of semi-structured questionnaires whose dimensions investigated organizational flexibility to facilitate work-life balance processes, methodological quality and the role of teachers in HBLS.
Il presente contributo approfondisce il tema della formazione dei tutor universitari[1], aspetto fondamentale per garantire un’adeguata preparazione delle figure che operano nei diversi servizi tutoriali e un efficace sviluppo dell’attività. Dopo aver approfondito la letteratura del settore, si prosegue presentando la proposta di formazione dei tutor dell’Università di Padova, riportando anche alcuni dati di ricerca. In particolare, sono state esplorate le aspettative e i bisogni formativi dei tutor in servizio nell’a.a. 2022-23 prima di iniziare la formazione e la loro soddisfazione ed esperienza a fine percorso formativo. La ricerca ha previsto una somministrazione “pre-post” ed è stato possibile analizzare i riscontri di 98 tutor. I risultati confermano l'importanza della formazione per sviluppare conoscenze e competenze fondamentali per svolgere al meglio il ruolo tutoriale, dimostrando anche un'alta soddisfazione dei partecipanti verso le attività formative proposte. Inoltre, i dati raccolti rappresentano una base fondamentale per valutare quanto offerto e per poter riprogettare opportunamente le azioni formative. [1] Per motivi espositivi e per maggiore scorrevolezza, in questo contributo sarà utilizzato il maschile “i/il tutor”, ma si intende includere tutti i generi. Lo stesso vale per altre parole come “gli studenti”, “i docenti”, “i partecipanti” o simili.
Il contributo indaga le trasformazioni del mercato del lavoro agricolo in Trentino e i cambiamenti delle forme di reclutamento e organizzazione della forza-lavoro immigrata e la sua composizione. La coltivazione frutticola costituisce una delle attività economiche più importanti del Trentino e si basa strutturalmente sul lavoro immigrato, soprattutto di stagionali “comunitari” dall’est Europa. Il loro reclutamento si è basato su un modello consolidato che prevede il rapporto fiduciario tra datori di lavoro e lavoratori. Tale modello ha iniziato a incrinarsi per effetto del ri-disegnamento delle traiettorie migratorie dei lavoratori che si stanno orientando verso Paesi dell’Europa centrale. Ecco che, quindi, si è iniziato a fare ricorso a rifugiati e richiedenti asilo, arrivati in Trentino negli ultimi anni. Il contributo, oltre ad analizzare queste trasformazioni, approfondirà l’impatto della pandemia sui meccanismi di reclutamento e organizzazione della forza-lavoro immigrata.
This article aims to investigate how job satisfaction varies for different types of self-employment classified on the basis of working conditions – genuine vs. dependent – and the motivation to enter self-employment – voluntary vs. involuntary – in different institutional contexts. First, it analyses how job satisfaction is affected by the cumulative experience of different forms of economic and operational dependency, and by the involuntariness of entering self-employment. Second, it studies how differences in job satisfaction between types of self-employment are modulated by the country's entrepreneurship support environment. The analyses are based on the 2017 ad-hoc module on self-employment of the EU-LFS. Results show that the negative consequences of being self-employed on an involuntary basis, the accumulation of forms of dependency, and the lack of business opportunities all influence the job satisfaction of the self-employed without employees and small entrepreneurs.
In questo articolo il concetto di lavoro è messo in tensione a partire dall’analisi delle pratiche contadine che popolano la rete di Genuino Clandestino. Tre sono i vettori di analisi che attraversano questa inchiesta sulle pratiche contadine: il venir meno di una linea di separazione tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, in favore di una “praticabilità della vita” che caratterizza l’ethos del ritorno alla terra; il decentramento dell’eccezionalismo umano in favore della sperimentazione di pratiche agronomiche che riconoscono il ruolo attivo di molteplici entità più-che-umane dentro al lavoro della terra; i beni comuni come comunità di pratiche nelle quali la trasformazione sociale non è separabile dalla rigenerazione materiale. Attraverso l’analisi delle sperimentazioni agroecologiche portate avanti dalla comunità di Mondeggi Bene Comune, in quest’articolo l’autore invita a pensare al ruolo del lavoro nella transizione ecologica a partire dalle pratiche di cura e di riparazione materiale che contraddistinguono le forme nuove del lavoro della terra.
L’articolo esplora il rapporto contraddittorio tra esperienza operaia dell'ecologia e ambientalismo del lavoro nel caso studio dell'Italsider/(ex)Ilva di Taranto, sulla base metodologica dell’etnografia sociale. La tesi di fondo è che una nuova analisi – qualitativa e storiograficamente solida – di tale, complessa relazione renda possibile da un lato destrutturare l’opposizione, apparentemente naturale, tra occupazione e salute, e dall’altro aprire scenari inediti per lo sviluppo di un diverso punto di vista del lavoro sulla crisi ecologica. La struttura dell’articolo è la seguente: il primo paragrafo situa la ricerca da un punto di vista teorico, sullo sfondo di un campo di indagine emergente, quello degli environmental labour studies (§1). Il secondo paragrafo esplicita la metodologia (§2). I successivi prendono in esame due fasi dello sviluppo industrial-siderurgico di Taranto – la gestione pubblica (§3) e quella privata, durante la quale la crisi eco-sanitaria deflagra (§4) – nel tentativo di articolare il rapporto elusivo e non-lineare tra esperienza operaia dell’ecologia e ambientalismo del lavoro – fino all’accordo con Arcelor Mittal del settembre 2018, a partire dal quale si apre una vicenda in gran parte diversa. A essa fanno brevemente cenno le conclusioni, richiamando le vicende più recenti e abbozzando possibili linee di ricerca futura.
Se la chiusura di alcuni stabilimenti industriali, come quello della GKN Driveline di Campi Bisenzio (Firenze), e licenziamenti di massa che ne sono conseguiti sono stati definiti come «la naturale conseguenza della transizione ecologica», una lettura che riproduce la dicotomia tra ambiente e lavoro, la mobilitazione dei lavoratori GKN è riuscita in pochi mesi a ribaltare questo paradigma e articolare un nuovo immaginario in grado di ripensare la transizione ecologica. Avvalendoci di strumenti tipici della ricerca etnografica, in questo articolo cerchiamo di dimostrare che dal piano di conversione industriale elaborato dai lavoratori della GKN insieme ad alcuni accademici solidali, emerge una concezione di transizione giusta che - recuperando una tradizione ecologista operaia spesso dimenticata - mostra la possibilità di una concreta transizione dal basso che metta al centro la voce e il sapere operaio e una creativa integrazione tra fabbrica, accademia e territorio.
The Covid-19 pandemic represented a critical conjuncture for investigating the nexus between ecological and labor struggles. To grasp this nexus, the authors reinterpret the concept of ecoprecarity. Ecoprecarity considers precariousness from an ecosystemic perspective to describe the vulnerabilities of working relations, human existence and ecological balance. The analysis focuses on whether and how ecoprecarity was discursively represented by trade unions and grassroots organizations in labor struggles during the pandemic. Through the observation of two case studies in Italy, the agrifood and logistic sectors, empirical results from a discursive scrutiny show that the contiguity of ecological and labor struggles is seldom present. Yet, ecoprecarity seems to emerge as an effective mobilizing frame when employed as it builds solidaristic connections among different claims.
L'articolo analizza il programma di ristrutturazione e riconversione avviato da una multinazionale del settore automobilistico con sede in Toscana, nel passaggio alla mobilità elettrica. Il caso si interroga su concettualizzazioni e caratteristiche delle strategie promosse dai diversi attori per mitigare effetti sociali avversi e nuovi rischi occupazionali connessi alla transizione verso un’economia a bassa intensità di carbonio. Il riferimento alla recente letteratura sulla just transition consente di evidenziare il permanere di strutture di governance e approcci localizzati alla crisi e alla sua gestione riparativa che sembrano impedire un ripensamento più generale delle strutture di welfare e di protezione sociale
Climate emergency has been recognised as a top policy priority by more and more policy-makers and the restructuring process it entails is seen as the main challenge of the coming decades. The welfare state that emerged in the context of a fossil fuel-based extractive economic model, based on a belief in sustained growth, cannot remain unaffected by the ongoing transition to a net-zero economy (Gough et al., 2008). Possible linkages between the welfare state and climate and environmental issues largely remain unexplored and until very recently discussion of social welfare systems in Europe has been disconnected from ecological concerns and policies and as well from the just transition narrative that took a prominent role in shaping the social dimension of climate policies. Both on the other hand assume continuing economic growth. This article aims to present a broad mapping of the current debates mainly at EU level, highlighting possible alternative directions (from green growth to sustainable welfare; from technology to behavioural changes). It proceeds through selected literature reviews offering a dialogue between different perspectives and opening successive routes of questioning. It also highlights the current limitations in the analysis of the role and the shape of welfare states in tackling environmental challenges and labour market transitions.
The ecological transition may represent both a catastrophe and a great opportunity for employment and work. Accordingly, the idea of a "triple dividend" is sometimes recalled: if properly carried out, the ecological transition could not only make it possible to deal with climate change and threats to biodiversity, but it will also lead to the creation of many useful jobs and make it possible to change the way work is organised. Although associations and unions have these issues in their sights, these remain for the moment insufficiently developed and equipped. In this article, I will first explore the diverse impact of ecological transition processes on employment (1), then move on to explore the actions of trade unions and associations in favour of a just transition (2) and finally discuss how ecological conversion can be an opportunity for new perspectives on changing work to emerge (3). I will particularly focus on the France case which, in turn, can be extended to other contexts. ?
In this introduction to the special issue of Sociologia del lavoro, devoted to labour transformations and welfare policies in the context of the ecological crisis, the authors review the state of the debate, focusing on three emerging concepts: climate justice, just transition and sustainable welfare. They provide an analysis of the academic and non-academic contexts in which these concepts have emerged and the kinds of programmatic questions that they raise for the study of labour transformations, social movements and welfare policies. After discussing how the collected contributions operationalise the three concepts in different empirical and research contexts, the article outlines some critical gaps that warrant being addressed or explored further and propose a few methodological and analytical pointers that are useful for the continuation of the debate and, thus, the growth of a field of analysis that is destined to occupy a major space in the sociology of labour.
The book traces the debate that absorbed the community of historians - and the humanities more generally - in the decades of the linguistic turn, the theoretical movement that placed language at the centre of philosophical reflection between the 1970s and 1990s. Examining the linguistic turn in the light of the category of postmodernism, the authors reconstruct the controversies, genealogies and ramifications of a movement that was anything but homogeneous. A discipline traditionally secure in its methods and results, history has emerged far more uneasy and doubtful about the possibility of producing objective and verifiable knowledge.