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L’autrice in questo articolo utilizza il Mito di Enea per descrivere la continuità dell’Essere nella discontinuità dell’Esistenza. Ella utilizza il Mito come suggerisce Bion quale struttura psicologica narrativa che consente di accedere all’Inconscio similmente al sogno. I traumi che Enea vive interrompono la linearità del tempo vissuto ma egli ha la ca-pacità di resistere e di rialzarsi. Tale capacità si fonda sull’interiorizzazione di un oggetto materno che abbia svolto la funzio-ne di segnalare i vissuti di odio e di aver dato indicazioni per la tra-sformazione dei sentimenti d’ira e di rabbia, non nell’agito ma nella capacità di superare l’odio stesso. Enea rappresenta colui che è in gra-do di ‘soffrire’ il dolore e di trasformarlo in quanto la sua vita è im-prontata nella dimensione della fiducia e del lutto, elementi intrinseci che l’autrice ritiene si possano rintracciare nello studio psicoanalitico che i Miti suggeriscono come espresso nella teoresi bioniana. L’autrice utilizza la funzione del ‘tempo’ per descrivere questi passaggi e la per-cezione di sé come unitario nei tempi del passato, presente e futuro senza che i suoi pensieri sfocino nella follia.
In questo lavoro l’autore si interroga sulle possibili conseguenze delle trasformazioni attuali in campo tecnologico sulla teoria e sulla pratica psicoanalitiche. In particolare, viene presa in considerazione la progressiva "virtualizzazione" della realtà che molti autori, in ambito filosofico e no, rilevano. Se viene meno la nozione di realtà per come la si è sempre pensata - per esempio contrapposta alla fantasia e all’immaginazione - sono ancora valide le categorie che la psicoanalisi utilizza e che derivano da un pensiero che si è costituito prima che tali trasformazioni avvenissero? La stessa nozione di genealogia sembra in profonda trasformazione: come incide su alcuni dei fondamenti su cui la psicoanalisi poggia, per esempio la differenza tra le generazioni? Anche il corpo appare soggetto alla stessa opera di smaterializzazione e disseminazione; ne sarebbero testimonianza le opere recenti di artisti che utilizzano ciò che le nuove tecnologie mettono a disposizione. Non occorre allora ripensare alcuni fondamenti della psicoanalisi proprio a partire, però, dal metodo classico che può fornire comunque una sonda e uno sguardo scientifico su questa nuova categoria di umano che sembra andare costituendosi? Anche nell’ambito psicoanalitico stesso si sta riflettendo sull’impatto di tali cambiamenti, forse irreversibili, e confrontando con l’esigenza di individuare un possibile, ma probabil-mente necessario, punto di equilibrio tra la tradizione psicoanalitica, con i suoi strumenti di indagine, e il "nuovo" che si sta manifestando.
La supervisione è un aspetto centrale nella complessa formazione in psicoterapia psicoanalitica e, in quanto tale, la riflessione su questo specifico tema interessa le istituzioni psicoanalitiche a più livelli. L’autore descrive alcuni problemi che l’area delle supervisioni, nella formazione in psicoterapia psicoanalitica, presenta in ragione dei cam-biamenti nelle norme che riguardano la specializzazione in psicotera-pia, nella popolazione di allievi e nelle forme di realizzazione dell’esperienze di tirocinio. Attraverso un dettagliato excursus si deli-neano aspetti di cambiamento e di continuità nel modo di intendere e di approcciare la supervisione. In particolare, viene sottolineata la ne-cessità di un "alleanza" degli attori della formazione, all’interno della Scuola di Specializzazione, che necessita di condizioni culturali, emo-tive e, più specificatamente, teorico-cliniche adatte ad uno scenario nuovo. Attraversando l’analisi del costrutto teorico di "alleanza di ap-prendimento" il lavoro delinea, da diverse prospettive, le condizioni di un processo formativo fertile e creativo che riguarda il campo delle supervisioni.
L’autore, partendo da un caso clinico, si interroga sugli effetti psichici degli sconvolgimenti sociali, culturali e psichici dei giorni odierni aggravati dalla recente pandemia virale. Viene messo in evidenza l’andamento della psicoterapia prima e dopo l’insorgere della diffusione del contagio a cui hanno fatto seguito le limitazioni legate al confinamento e poi la campagna vaccinale incoraggiata dall’istituzione della carta verde. Anche il terapeuta è coinvolto in dinamiche patogene in cui la realtà entra prepotentemente nel processo terapeutico rischiando di alterare le regole del setting. Il paziente regredisce alla posizione schizoparanoide e sviluppa una sintomatologia delirante di tipo persecutorio facendo un uso massiccio di meccanismi difensivi come la scissione, il diniego, la proiezione e l’identificazione proiettiva. L’autore infine approfondisce il tema della paranoia, patologia che rischia di sfuggire ai sistemi diagnostici, che, spesso presente nella popolazione generale, si svela in momenti particolarmente traumatici.
Con i cambiamenti globali che stanno radicalmente trasformando il nostro modo di vivere, capita sempre più di frequente di ricevere ri-chieste di psicoterapia da parte di pazienti che sono in città soltanto di passaggio. Come psicoanalisti e come curiosi esploratori della dimen-sione umana siamo sollecitati ad accogliere le necessità dei nostri pa-zienti, che a volte ci fanno sostare sui confini del mondo che siamo abituati a conoscere, offrendoci la possibilità di diventare noi stessi quel legame di continuità tra ciò che era e ciò che sarà. All’interno di uno spazio, che si frammenta in una pluralità di luoghi sia fisici che virtuali, e di un tempo dissonante che deforma le interazioni umane, ci ritroviamo ancora esposti alla deflagrante distruttività del trauma. In questi termini l’analista può fungere da coordinate spazio-temporali per il paziente, consentendogli di accarezzare delicatamente, senza impatti ravvicinati, i bordi sottilissimi della propria esistenza e di circoscrivere la morte attraverso la sua pensabilità.
Il lavoro si propone di riportare l’attenzione su aspetti clinici, come ad esempio i "ritardi in seduta", alla luce dei concetti di continuità e di-scontinuità analitica. Si asserisce che la continuità analitica è segnata dal discontinuo e dal discreto, come ad esempio nelle rotture di setting. Si prende in considerazioni una vignetta clinica in cui la paziente fa dei ritardi prima di iniziare la seduta. Vale a dire che all’interno dell’orario della seduta spende del tempo fuori dal setting, in un "luogo altro". Percorrendo i concetti di Continuo e di Discreto in psicoanalisi, di-versi autori, propongono un modello di esplorazione del funzionamen-to psichico. In tale contesto di ricerca si fa la distinzione tra Relazione e Rapporto, equivalente alla distinzione di Continuo/Relazione (e di-scon¬tinuo) e Discreto/Rapporto. La Relazione analitica riguarda la con-tinuità nella sua funzione. La Realtà così come il Rapporto farebbero parte del discreto-concreto, e ne prenderebbero il sopravvento nelle rotture del setting, come si evince dal riferimento clinico.