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Il contributo analizza la sentenza resa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso Bervidi, grazie alla quale viene rafforzata la protezione del lavoratore caregiver di una persona con disabilità, ampliando il raggio di operatività della direttiva 2000/78 sulla parità di trattamento in materia di occupazione. Nell’esaminare le questioni pregiudiziali sollevate innanzi alla Corte, e le rispettive risposte, l’Autrice concentra l’attenzione sia sui contenuti innovativi della pronuncia, sia sulle tecniche argomentative e interpretative utilizzate. Sotto il primo profilo, vengono messi in luce i passi avanti che la pronuncia compie rispetto al noto precedente Coleman, con riguardo all’espresso riconoscimento a favore del caregiver della tutela contro la discriminazione indiretta per associazione e con riguardo all’attribuzione in capo al datore di lavoro di un obbligo di accomodamenti ragionevoli, destinato a incidere sulle sue scelte organizzative. Sotto il secondo profilo, l’Autrice sottolinea l’interpretazione teleologica e dinamica della direttiva 2000/78 adottata dalla Corte di giustizia, che valorizza l’argomento dell’effet utile e il vincolo di interpretazione conforme rispetto agli obblighi internazionali.
Dopo una sintetica cronistoria dei precedenti della giurisprudenza costituzionale, e dei profili di incoerenza che essi presentano tra loro, lo scritto concentra l’attenzione sul nuovo criterio selettivo che è stato aggiunto dalla sentenza n. 156/2025 nel testo dell’art. 19 della l. 300/1970. Pur rilevando il profilo di disarmonia che esso comporta con il criterio risultante dal referendum del 1995, vengono evidenziate le ragioni che spiegano e giustificano l’intervento additivo della Corte. Vengono, poi, esaminati i principali problemi applicativi e le possibili soluzioni. Infine, si osserva che la eventuale revisione della norma da parte del legislatore, sollecitata dalla Corte, non è costituzionalmente vincolata ad assumere l’azienda come perimetro della verifica della rappresentatività.
Il contributo ha a oggetto la sentenza della Corte di giustizia che ha annullato solo parzialmente la direttiva 2022/2041 sui salari minimi adeguati. L’Autore ripercorre i punti salienti della sentenza della Corte di giustizia. Successivamente si sofferma sulle altre materie, oltre alla retribuzione, in cui l’Unione europea non ha competenza, ossia il diritto di associazione, il diritto di sciopero e il diritto di serrata. La parte finale del contributo è dedicata alla questione dell’operatività, negli ordinamenti interni, delle norme della Carta dei diritti fondamentali in materia, senza trascurare le ripercussioni della pronuncia sull’ordinamento italiano.
Nell’arco di tre decenni, l’esperienza dei Comitati aziendali europei (Cae) ha avuto tempo e modo per rivelare sia le sue potenzialità che i suoi tratti di criticità. La loro istituzione e diffusione rappresenta tuttora una delle poche conquiste tangibili e operative nelle relazioni industriali sovranazionali. Ciò nondimeno, numerose ricerche empiriche ne hanno segnalato carenze quantitative e qualitative, variamente imputabili all’insoddisfacente quadro normativo e alla persistente difficoltà ad armonizzare le pratiche sindacali nazionali in un più incisivo spirito di convergenza e solidarietà internazionale. In questo scenario, a fine 2025 è stata varata una nuova direttiva che emenda la precedente su diversi punti cruciali. In questo articolo si intende fornire una valutazione dell’esperienza complessiva dei Cae, attraverso una rassegna della letteratura internazionale che ne ha monitorato e analizzato lo sviluppo, per concludere con un focus finale sulla nuova direttiva e sulle prospettive che potrebbe aprire per il futuro.
Il saggio analizza le problematiche relative all’eccessiva restrizione dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali nell’applicazione della l. 146/1990. In gran parte l’analisi si concentra su di una recente decisione del Comitato europeo dei diritti sociali che, sulla base di un reclamo di un sindacato italiano, ha rilevato nella disciplina italiana e nella sua applicazione una serie di violazioni della Carta sociale europea. Da un altro lato, anche se in misura più circoscritta, l’analisi viene estesa a una vicenda di qualche anno fa relativa a uno sciopero generale rispetto alla quale la Commissione di garanzia della legge sullo sciopero nei servizi essenziali ha adottato un provvedimento che ha suscitato varie critiche in particolare per aver “esautorato” i sindacati dal loro potere di definire che cosa sia uno sciopero.
Questo contributo analizza le forme persistenti di esclusione e marginalizzazione delle donne nella ricerca scientifica, integrando la critica femminista alla scienza con i risultati di un’indagine trasversale rivolta al personale di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Su una popolazione target di 5.360 unità sono stati raccolti 951 questionari validi (tasso di risposta: 17,7%). L’analisi, di carattere descrittivo e bivariato, evidenzia differenze statisticamente significative tra donne e uomini nella percezione degli stereotipi, nell’esperienza dichiarata di discriminazione e nella valutazione delle opportunità di carriera. Il principale risultato interpretativo riguarda lo scarto tra il riconoscimento delle disuguaglianze come fenomeno strutturale e la loro attribuzione alla propria esperienza individuale. Le evidenze sono collocate nel contesto organizzativo del CNR, caratterizzato da una presenza femminile prossima alla parità nel complesso, ma decrescente ai livelli apicali. La natura volontaria della partecipazione, il possibile effetto di autoselezione e l’assenza, nel presente contributo, di analisi multivariate per età, anzianità, ruolo e area disciplinare circoscrivono la generalizzabilità dei risultati.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza contro le persone anziane costituisce un fenomeno complesso e sottostimato, con gravi ripercussioni sul benessere individuale e sociale. I Servizi sociali rappresentano un’organizzazione fondamentale nel riconoscere e affrontare le situazioni di violenza, tuttavia, sul territorio italiano, sono presenti poche ricerche finalizzate a descrivere le loro funzioni e gli interventi che attivano. L’articolo presenta i risultati di una ricerca qualitativa condotta nella provincia di Brescia e finalizzata a esplorare il ruolo degli assistenti sociali che lavorano negli Enti Locali nell'intercettare e contrastare tali situazioni, evidenziando le sfide che affrontano nella pratica professionale. I risultati documentano la multidimensionalità del fenomeno, in cui l’aspetto delle relazioni interpersonali deve essere inserito all’interno di un contesto caratterizzato da risorse carenti o inadeguate e dall’assenza di linee guida o protocolli operativi. L’adozione di un modello ecologico nella lettura di tali situazioni sottolinea la necessità di superare la visione degli episodi di violenza come “un fatto privato”, per promuovere una riflessione più ampia, volta a sviluppare percorsi e strumenti multiprofessionali condivisi ed efficaci.
La digitalizzazione sta ridefinendo i sistemi di welfare, trasformando bisogni, accesso ai servizi e allocazione delle risorse. Se da un lato gli strumenti digitali ampliano le opportunità di accesso, dall’altro il loro utilizzo presuppone competenze e infrastrutture distribuite in modo diseguale per età, istruzione e condizione socio-economica, producendo nuove forme di vulnerabilità e rischi di esclusione. A partire da uno studio di caso condotto a Rozzano (MI), l’articolo analizza come tali dinamiche si manifestino in un contesto caratterizzato da fragilità sociali e quali condizioni possano favorire processi di inclusione. In particolare, esamina il ruolo delle pratiche di innovazione sociale, dei processi partecipati multi-attoriali e della dotazione di spazi fisici nel promuovere accesso e competenze. Si individuano tre condizioni chiave – coinvolgimento degli attori territoriali, capacitazione degli utenti e spazi di prossimità a bassa soglia – rilevanti per orientare policy più inclusive.
Questo articolo presenta uno studio di caso relativo a un progetto di ascolto e supporto tra pari, erogato via chat e rivolto ad adolescenti e giovani adulti. Si colloca nel dibattito su welfare e digitale evidenziando come l’utilizzo delle tecnologie digitali può coinvolgere nuovi attori e cambiare le pratiche di welfare per superare i confini tradizionali dell’erogazione dei servizi. Facendo riferimento al concetto di tecnologia in pratica proposto da Orlikowski, l’analisi mette in luce le pratiche d’uso che emergono dall’interazione tra le possibilità e le risorse offerte dalla tecnologia, le norme formali e informali che ne orientano l’impiego e gli schemi interpretativi degli attori coinvolti. Il servizio analizzato si configura come uno spazio liminale, collocato tra informalità relazionale e intervento organizzato, in cui i giovani possono accedere a forme di supporto flessibili, anonime e a bassa soglia. L’articolo esplora sia le potenzialità sia i rischi connessi allo sviluppo di nuove forme di supporto e al coinvolgimento di nuovi attori attraverso l’uso del digitale, evidenziando la necessità di strategie per entrare e abitare in modo consapevole spazi digitali e ibridi. Tali spazi, se governati in modo strategico, possono contribuire a rafforzare l’inclusività e la prossimità dei servizi di welfare.
Il contributo analizza la trasformazione del welfare digitale come forma inedita di razionalità amministrativa, in cui la promessa di efficienza e trasparenza si traduce in nuove architetture di controllo. L’ideale moderno di prevedibilità burocratica si reincarna nel codice e nelle interfacce, dove la norma non è più scritta ma eseguita. L’«ergonomia del controllo» designa l’insieme di dispositivi – interfacce di consenso, metriche di qualità del dato, workflow di ticketing – che semplificano l’interazione ma, nel farlo, ridefiniscono i margini di autonomia e responsabilità. L’esperienza della cura si sposta nello spazio della progettazione, dove la facilità d’uso diventa principio normativo e la trasparenza produce nuove opacità algoritmiche. Il contributo propone di leggere il welfare digitalizzato come una burocrazia post-documentale, capace di ampliare l’accesso ma di ridurre la reciprocità, e invita a ripensare la qualità del dato in chiave relazionale, restituendo al disegno tecnico la sua dimensione politica.
Sebbene le competenze digitali dei professionisti risultino ancora piuttosto limitate, gli strumenti tecnologici introdotti in emergenza sono stati, almeno in parte, mantenuti e integrati in modo strutturale nell’ambito operativo del sociale anche oltre la fine dell’emergenza. La digitalizzazione nel lavoro sociale è influenzata anche dal contesto esterno, e gli elementi sociali e tecnici all’interno delle organizzazioni sono interconnessi, modellando la funzionalità di un’organizzazione. L’implementazione tecnologica emerge attraverso processi complessi e l’interazione di molteplici fattori contrastanti, tra i quali assume particolare importanza il ruolo degli utilizzatori della tecnologia. Nell’ambito di una ricerca più ampia sul cambiamento nei servizi sociali, si è indagato il tema della digitalizzazione nell’esperienza lavorativa degli assistenti sociali, con particolare riferimento alle modalità che sono state esperite, al pensiero che essi hanno circa le potenzialità e i rischi di questa evoluzione tecnologica, anche oltre l’emergenza. L’indagine è stata condotta mediante intervista a diciannove assistenti sociali e a un dirigente non assistente sociale. Si è scelto l’ambito dei servizi sociali di Comuni di dimensioni varie e dislocati in diverse Regioni. Ogni intervistato ha individuato sia aspetti positivi sia negativi della digitalizzazione, senza posizioni polarizzate in un senso o nell’altro. Ciò è prova della complessità e delicatezza metodologica, etica e deontologica delle questioni connesse all’adozione di questa nuova tecnologia nei servizi sociali, questioni che meritano di essere ancora studiate e discusse dalla comunità professionale e dall’intero sistema di welfare.
Il contributo indaga le implicazioni della Cartella Clinica Elettronica (CCE) sulle pratiche lavorative dei professionisti sanitari over 55. Attraverso una ricerca qualitativa basata su 26 interviste semi-strutturate in due contesti ospedalieri (Milano e Napoli), lo studio problematizza una lettura esclusivamente territoriale delle disuguaglianze digitali, evidenziando il ruolo delle condizioni organizzative e professionali nella configurazione delle criticità osservate. I risultati mostrano tre dinamiche ricorrenti: un paradosso ergonomico temporale che intensifica il lavoro burocratico a scapito della relazione di cura; una cristallizzazione delle gerarchie professionali che polarizza medici e operatori socio-sanitari; una supplenza formativa informale basata su reti di supporto private per colmare il deficit istituzionale. L’articolo conclude che l’assenza di un accompagnamento ergonomico strutturato genera forme ricorrenti di isolamento professionale nei due contesti analizzati, rendendo necessaria una policy di formazione situata oltre la mera dotazione tecnologica.
This article examines how bureaucratic discretion shapes the digital turn in welfare by analyzing procurement choices of Italian healthcare contracting authorities. Using ANAC administrative data on 342,552 procedures conducted by 120 local health authorities (2019-2023), it maps patterns in award procedures and tools and applies a compositional cluster analysis to identify profiles combining digital instruments and procedural competition. Results show broad reliance on e-procurement platforms and the persistence of paper-based tools, while other e-tools, such as e-auctions and e-catalogues, remain marginal. However, platform diffusion does not combine with greater competition. Differences across clusters are driven mainly by procedure choice, and procedural competitiveness remains negative overall because direct awards and negotiated procedures without prior publication dominate. In the absence, during the period considered, of a strict e-procurement obligation, these findings point to a speed- and convenience-oriented use of e-platforms in healthcare procurement, and to an administrative style that values rapid and discretionary procedures in contractor selection, with potential implications for transparency, supplier access, and possible territorial variation in welfare healthcare provision.