La fortuna secentesca dei ritratti equestri femminili conosce un partico-lare sviluppo alla corte sabauda. Tra gli anni Cinquanta e Settanta di-verse opere rinnovano l’antica predilezione dei duchi per il ritratto equestre, celebrativo della storia dinastica e massima espressione della regalità. In questo contesto risulta nodale la serie dei grandi doppi ri-tratti su tela della Sala di Diana nella Reggia di Venaria (1657-1665), dipinti dai maggiori artisti attivi a corte, tra cui il fiammingo Jan Miel, romano d’adozione, e il lorenese Charles Dauphin, formatosi a Parigi: rappresentano una parata della famiglia ducale a caccia, dove duchesse, principesse e dame d’onore compongono una cavalcata di caccia-trici e amazzoni, eroine contemporanee e femmes fortes. Emerge qui un’immagine di potere femminile particolarmente legata alle Madame reali, Cristina di Francia e Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours che ricoprirono il ruolo di reggenti. Le protagoniste della serie avanza-no su cavalli al trotto e si esibiscono nella complessa manovra della le-vade o corvetta, prerogativa dei ritratti maschili, ponendo così le rap-presentazioni di Venaria tra le rare declinazioni femminili di questa ti-pologia nelle corti europee di quegli anni. Per comprendere specificità e nuovi esiti di questa significativa fortuna, si ritorna allora alle opere, ai contesti e alla committenza in un critico periodo di passaggio di po-teri, ripercorrendo scelte di stile, modelli e iconografie in rapporto ai codici della ritrattistica e alle esperienze e pratiche in uso a corte. Dalle tele superstiti della serie di Venaria ai ritratti conservati nelle altre residenze, tra loro strettamente correlati, si traccia dunque una lettura d’insieme, con particolare attenzione ai dipinti del Castello di Racconi-gi tornando a rivedere l’identificazione delle enigmatiche principesse a cavallo.