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Gerardo Semprebon

Diradamento e assemblaggio: la costruzione dello spazio pubblico fascista

TERRITORIO

Fascicolo: 101 / 2022

Il rapporto tra architettura e potere trova nel periodo fascista una delle sue più intense manifestazioni, sia in termini di spazialità che in termini di espressività. Questo testo affronta il tema dello spazio aperto pubblico all’interno dei tessuti edilizi, proponendo due chiavi di lettura: la teoria del diradamento di Gustavo Giovannoni e l’assemblaggio metafisico rilevabile nell’estetica di Giorgio De Chirico. Vengono dapprima sintetizzati alcuni passaggi chiave che orientano la cultura del progetto nel ventennio fascista; successivamente, i due approcci sono presentati attraverso una ri-lettura teorico-artistica. In conclusione, si apre una riflessione sul carattere di resistenza degli spazi pubblici oggi e sulla permanenza di una qualità urbana introdotta nel primo dopoguerra.

Pierfranco Galliani

Modernità e rappresentazioni del potere tra analogie e singolarità

TERRITORIO

Fascicolo: 101 / 2022

Il Novecento architettonico ha avuto numerose e complesse sfaccettature. Oltre al rinnovamento espressivo, una peculiarità di rilievo è la sua relazione con la politica. Lo spazio costruito è stato un mezzo privilegiato per la comunicazione e diffusione dei totalitarismi del xx secolo, che hanno imboccato la strada dell’esibizione e dell’analogia tra fermezza politica e solidità costruttiva. Nel tempo la carica espressiva del potere si è talvolta omologata a modelli meno identificativi, adottando in alcuni casi linguaggi prettamente moderni in contrasto con gli ideali nazionalistici. Somiglianze o eccezioni risultano oggi determinanti nel momento del recupero di queste architetture per le quali occorre salvaguardare l’evidenza di concetti figurativi quale essenzialità del loro significato originario.

Pierfranco Galliani

Architettura e regime: eredità del Moderno

TERRITORIO

Fascicolo: 101 / 2022

Una peculiarità evidente del xx secolo è la relazione tra architettura e politica, in particolare quella dettata dai totalitarismi che hanno pervaso numerose strutture sociali e statuali. Questo rapporto si è snodato tra analogie e differenze, proponendo in origine una continuità tra passato e futuro, tramite contributi sostanziali al connubio tra ideologia ed estetica architettonica. L’appropriazione creativa da parte di questi regimi ha agito anche alla scala della città, predisponendo sia composizioni monumentali che realizzazioni meno caratterizzate, fino a utilizzare linguaggi prettamente moderni. Questa eredità pone rilevanti complessità nell’assegnazione del giudizio di valore ai fini del recupero architettonico per mezzo del quale occorre privilegiare ‘caso per caso’ i significati originari.

Franz Bittenbinder

The role of narratives in the preservation of post-war built legacies in Budapest

TERRITORIO

Fascicolo: 101 / 2022

Hungarian professionals have highlighted the vulnerability of post-war built legacies in Budapest. Their reference point is the recent transformation of central areas showing a significant number of demolitions and a small number of conservative refurbishments. This is commonly attributed to the narratives of revisionist memory politics and/or the stigma of architecture built under state socialism. In contrast, professional activism and recent official listings have indicated a change of paradigms towards the extension of the official patrimonial acknowledgement to post-war built legacies. Throughout the case of the House of Diplomats, this article presents the origins of diverging narratives and discusses their impact as risk or potential in architectural preservation.

A cura della Redazione

Abstracts

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 1 / 2022

A cura della Redazione

In questo numero

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 1 / 2022

Daniela L. Caglioti, War and Citizenship. Enemy Aliens and National Belong-ing from the French Revolution to the First World War (Silvia Salvatici)
Elena Papadia, La forza dei sentimenti. Anarchici e socialisti in Italia (1870-1900) (Arianna Arisi Rota)
Federico Mazzei, Cattolici di opposizione negli anni del fascismo. Alcide De Gasperi e Stefano Jacini fra politica e cultura (1923-1943) (Roberto P. Violi)
Gianni Dore, Capi locali e colonialismo in Eritrea. Biografie di un potere su-bordinato (Alessandro Volterra)
Alessandro Santagata, Una violenza "incolpevole". Retoriche e pratiche dei cattolici nella Resistenza veneta (Paolo Zanini)
Carme Molinero, Pere Ysàs, La transición. Historia y relatos (Steven Forti)
Massimo Faggioli, Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti; John Court-ney Murray, Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul "princi-pio americano"; Robert Bellah, La religione civile in America, introduzione di Giovanni Filoramo (Daniela Saresella)

La presente nota ripercorre il modo in cui si sviluppò tra Otto e Novecento la concorrenzialità tra le varie confessioni cristiane in Terra Santa, con particolare attenzione a quella tra cattolici e protestanti e alla sua declinazione rispetto a tre ambiti specifici: i pellegrinaggi; l’archeologia biblica e la monumentalizzazione sacra; infine le istituzioni culturali, educative e ricreative. L’intento è quello di mostrare le caratteristiche di lungo periodo di tale contrasto e di indagare in che modo esse influenzarono le modalità d’azione e di presenza delle varie confessioni cristiane nel Medio Oriente. Appare, infatti, indubbio che i timori per i progressi veri e presunti del proselitismo protestante influenzarono profondamente la presenza della Chiesa di Roma nella regione, determinando una risposta che condusse a un rafforzamento di alcuni aspetti tradizionali. Allo stesso modo non poche delle iniziative evangeliche furono indirizzate anche dal desiderio di soppiantare l’antica presenza cattolica nella regione, presentando un paradigma nuovo di Terra Santa e proponendo una diversa fruizione dei Luoghi santi.

Il saggio prende le mosse dai presupposti politici che portarono alla candidatura, nel 1978, di Gerardo Bianco alla carica di capogruppo DC alla Camera dei deputati. Dopo un primo insuccesso, l’elezione del politico irpino a capogruppo (giugno 1979) avrebbe costituito un inequivocabile segno di ribellione dei deputati democristiani verso gli indirizzi della segreteria del partito. Attraverso l’azione di Bianco come capogruppo DC alla Camera, l’articolo intende analizzare la linea della corrente democristiana «Proposta» (della quale Bianco era uno dei leader), volta - tra il 1979 ed i primi anni Ottanta - a decretare la fine della stagione del "compromesso storico" e ad orientare il partito ad intraprendere una fase di riforme del sistema politico e istituzionale. Il tentativo di Proposta fallirà, ma costituirà la base sulla quale si svilupperà, qualche anno dopo, la stagione referendaria condotta da Mario Segni.

L’autore, grazie all’utilizzo di fonti inedite, delinea il profilo di una peculiare vi-cenda del sistema politico italiano maturata tra il 1957 ed il 1958. In quel frangen-te, alcune forze minori dell’area laico-progressista avviarono un percorso di avvicinamento. A questo processo presero parte anche il Movimento Comunità, guidato da Adriano Olivetti, il Partito dei contadini d’Italia e il Partito sardo d’azione. I tre partiti decisero di formare una coalizione in vista delle elezioni del 1958. Comunità della cultura, degli operai e dei contadini d’Italia si basò su un programma volto ad incunearsi tra l’area di governo centrista e il Pci, e condusse una campa-gna elettorale innovativa. L’autore sottolinea che, pur nella modestia dell’esito elettorale, Comunità, per volontà preponderante di Adriano Olivetti, riuscì ad esse-re parte attiva dell’esecutivo Fanfani II, delineando una proposta di sviluppo per il Mezzogiorno e prefigurando l’apertura di nuove prospettive politiche, in una fase di transizione del sistema politico italiano, che avrebbe poi condotto alla formula di centro-sinistra.

Fabio Verardo

Il Tribunale del popolo di Trieste (maggio-luglio 1945)

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 1 / 2022

Il Tribunale del popolo (TDP) costituito a Trieste alla fine di maggio e attivo nei giudizi sino al 12 giugno e nell’azione inquirente sino al luglio 1945, rappresenta un attore determinante nell’evoluzione degli organismi giudiziari che, dall’occupazione jugoslava alla successiva occupazione alleata, posero in atto la resa dei conti con il fascismo e con quanti collaborarono con i tedeschi nel biennio 1943-1945. Oltre al dato giudiziario, questo organismo ebbe un ruolo rilevante e sinora trascurato nel complesso processo di transizione tra guerra e dopoguerra che investì la Venezia Giulia nel 1945. Questo contributo inquadra l’attività e gli obiettivi del TDP problematizzandone l’azione nell’ambito della giustizia politica. Grazie a numerose fonti inedite, sono ricostruiti i processi di costituzione del Tribunale, un unicum nel panorama italiano, le prassi operative e gli organici che lo composero. Con attenzione ai giudizi e agli elementi inediti restituiti, sono evidenziate le continuità e le rotture tra il TDP e l’azione giudiziaria della Corte d’assise straordinaria di Trieste mettendo in luce i retaggi e le influenze presenti nell’azione inquirente e nei giudizi di merito.

Gabriele Mastrolillo

Paolo Ravazzoli e il Psi-Ios nell’emigrazione antifascista in Francia (1931-1940)

MONDO CONTEMPORANEO

Fascicolo: 1 / 2022

Paolo Ravazzoli fu uno dei dirigenti nazionali del Partito comunista d’Italia negli anni Venti. Espulso nel 1930 per la sua opposizione ai metodi di attuazione della "svolta" attuati dalla direzione del partito, fu (insieme ad Alfonso Leonetti, Pietro Tresso, Mario Bavassano e Gaetana Teresa Recchia) uno dei fondatori e dirigenti della Nuova opposizione italiana, sezione dell’Opposizione di sinistra internazionale guidata da Lev Trockij. La sua militanza all’interno del movimento trockista, però, terminò nel 1934 a seguito di dissensi sorti in merito alla linea seguita dal movimento trockista italiano e internazionale. Contemporaneamente ebbe inizio il suo avvicinamento al movimento Giustizia e libertà e soprattutto al Partito socialista italiano-sezione dell’Internazionale operaia e socialista, al quale aderì nel 1935. Da quel momento fu un assiduo collaboratore della testata del partito, Il Nuovo Avanti, fino alla sua morte, avvenuta a seguito di un incidente sul lavoro nel 1940. Questo articolo descrive i suoi rapporti con il socialismo italiano alla luce di documentazione d’archivio e dei contributi da lui pubblicati sulla stampa trockista e socialista italiana.

L’obiettivo del saggio è quello di analizzare l’esperienza della profuganza delle comunità ebraiche venete - Venezia, Padova e Verona - dalla rotta di Caporetto al maggio del 1919, quando si concluse il loro graduale rientro nei rispettivi territori di provenienza al termine della prima guerra mondiale. Attraverso lo studio della stampa ebraica coeva, del fondo del Comitato delle Comunità Ebraiche Italiane e degli archivi delle comunità ebraiche coinvolte, vengono ricostruiti i network di relazioni istituzionali, politiche e comunitarie mobilitate per l’accoglienza, per la sistemazione e la gestione dei profughi correligionari. Un’attenzione particolare è riservata ai profughi indigenti della comunità veneziana che, a differenza dei loro correligionari veneti, vennero trasferiti a Livorno, fornendo loro mezzi di viaggio, assistenza, alloggi, cibo kasher, scuole e lavoro. Durante i mesi considerati, vi furono diverse occasioni in cui emersero tensioni e proteste da parte dei profughi. La profuganza registrò inoltre aspetti di classe poiché gli elementi borghesi delle comunità venete trovarono accoglienza presso parenti e amici a Firenze e Roma, seguendo quindi destini diversi da quelli dei correligionari meno abbienti.

A cura della Redazione

Libri ricevuti

SOCIOLOGIA DEL DIRITTO

Fascicolo: 3 / 2022