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Il presente scritto vuole essere soprattutto un omaggio al ricordo di Edna O’Shaughnessy. A partire dalla lettura del suo saggio, intende offrire un inquadramento del suo pensiero all’interno di una cornice più generale. Attraverso l’esposizione dei principali riferimenti teori-ci che hanno influenzato il suo lavoro, si cercherà di mettere in luce le caratteristiche precipue del suo modo di funzionare come analista.

Ignazio Cannas

Il riconoscimento dell’idioma personale nel processo psicoanalitico

PSICOANALISI

Fascicolo: 2 / 2022

In questo scritto l’autore commenta il lavoro Parole e working through della O’Shaughnessy. Partendo dal materiale clinico, esamina alcune trasformazioni avvenute in campo kleiniano fra gli anni Settanta e Ottanta e le confronta col suo modello ispirato mag-giormente dagli autori indipendenti. Si sofferma su differenze e similarità. Conclude centrando l’attenzione sull’idioma personale come metafora della soggettività e della creatività psichica e sulla necessità che l’analista ne faciliti il riconoscimento.

Edna O’Shaughnessy

Parole e working through

PSICOANALISI

Fascicolo: 2 / 2022

L’articolo esamina la comunicazione i suoi modi e i suoi cambiamenti tra analista e paziente e, più in particolare, la comunicazione all’interno del paziente stesso nel corso di un’analisi. Il materiale clinico di due casi illustra come i pazienti possano aver bisogno di comunicare all’analista con le parole, ma anche, per esprimere il proprio sé meno sviluppato, con modalità più primitive, che possono essere comprese e concettualizzate mediante la nozione di identificazione proiettiva di Melanie Klein. Quando si sente capito dalle parole dell’analista (interpretazioni mutative), il paziente può diventare lentamente consapevole delle proprie modalità pri-mitive di porsi in relazione, finché il suo metodo di comunicazione cambia ed egli diventa capace di esprimere con parole proprie la comprensione di se stesso. Ciò implica un cambiamen-to strutturale e una ripresa dello sviluppo dell’Io ed è altresì un momento mutativo. In breve: le interpretazioni mutative non sono di per sé fattore di cambiamento. Esse pongono il paziente nella condizione di poter cambiare. Ed è lui stesso che deve realizzare attivamente con le proprie parole il processo di working through mutativo.

Il focus di questo lavoro concerne l’aumento assai elevato di bambini e giovani (CYPs) che chiedono la transizione di genere. Esamina i fattori che hanno contribuito a questo fenomeno sia a livello individuale che a livello socio-culturale. A livello individuale ci sono numerosi percorsi che portano alla disforia di genere (come l’omofobia interiorizzata, problemi complessi di comorbilità, storie di traumi familiari e così via). L’autore ritiene che un grandissimo numero di bambini sia stato gravemente danneggiato a causa della penetrazione dell’ideologia "trans" nei servizi per l’infanzia e l’adolescenza, che ha fatto sì che i loro complessi problemi venissero visti solo attraverso la lente del genere, finendo così per essere tra-scurati. Lo scritto esamina anche i processi socioculturali più ampi che hanno contribuito a questo fenomeno, come la mercificazione dell’assistenza sanitaria, la misoginia, la relativizzazione della verità: tutti fattori che hanno portato a quello che l’autore definisce "uno strano mo-do di pensare" che è arrivato a dominare il dibattito sull’argomento.

L’autrice ripercorre alcune personali riflessioni e notazioni cliniche di un’analisi in corso, all’interno della quale intrecci di vita personale, condensati e confusi del paziente mettono a dura prova l’evolversi del processo analitico. Attraverso il lavoro delle configurazioni trans-fert controtransfert, del rapporto con le identificazioni e le disidentificazioni, con gli oggetti interni - soprattutto quando questi ostacolano il processo di separazione e differenziazione non consentendo di entrare in contato con il profondo dolore e angoscia - si riuscirà gradualmente a lasciare spazio alla costruzione della terzietà e alla costruzione di interiorizzazioni più funzio-nanti e costruire il vero sé.

Simona Argentieri

Il piacere erotico e il narcisismo: piacere sensuale e piacere sessuale

PSICOANALISI

Fascicolo: 2 / 2022

Il "principio del piacere" - un concetto freudiano tanto noto e citato quanto malinteso - ha una sua salda posizione nella storia della psicoanalisi. Il "piacere" invece non ha un suo statuto specifico nella nostra disciplina. Nel tentativo di indagarne la complessità, propongo di rivisitare la contrapposizione tra sensuale e sessuale, così come viene evocata da Sigmund Freud nel lavoro del 1912 Contributi alla psicologia della vita amorosa, seppure egli usa altri termini, parlando di "due correnti": l’una di "tenerezza" - connotata dalla costanza e dalla continuità degli affetti nel rapporto - e l’altra "sensuale" (ma noi diremmo oggi passionale), basata invece sulla modalità di acme e scarica della pulsione.

A cura della Redazione

Libri

TERAPIA FAMILIARE

Fascicolo: 130 / 2022

L’obiettivo del presente articolo è quello di presentare i risultati dello studio di validazione italiana del SOFTA-o (System for Observing Family Therapy Alliances; Friedlander et al., 2006), uno strumento osservativo utile per la valutazione dell’Alleanza Terapeutica (AT) nelle terapie congiunte, familiari e di coppia. Tale strumento si basa sull’osservazione dei comportamenti correlati all’AT raggrup- pati in quattro macro-dimensioni: Coinvolgimento nel Processo Terapeutico, Connessione Emotiva con il Terapeuta, Sicurezza nel Sistema Terapeutico e Sen- so di uno Scopo Condiviso all’interno della Famiglia. Il SOFTA-o rappresenta uno strumento utile a scopi di ricerca, di formazione dei giovani terapeuti fami- liari e di supervisione clinica. Al fine di evidenziare le potenzialità dello strumen- to nella prassi clinica, la parte finale del presente studio si focalizzerà su alcuni esempi di applicazione pratica.

L’articolo costituisce una riflessione sull’intervento psicologico con bambini piccoli a partire dai 18 mesi, nell’ambito di un ventennale progetto di affidamento eterofamiliare sostitutivo all’istituzionalizzazione nella città di Torino. I bambini precocemente allontanati dai loro genitori e inseriti in una famiglia affidataria sono costretti ad adeguarsi ad attaccamenti multipli nel corso di un’esistenza in cui il rischio di frammentazione appare reale e pericoloso. Il lavoro dello psicologo, sia con il bambino che con gli adulti intorno a lui, è volto a ridurre tale rischio, attraverso la ricostruzione e la narrazione degli eventi di vita; gli interventi descritti prevedono anche l’utilizzo di strumenti concreti, adatti all’età.

Stefano Cirillo, Matteo Selvini, Anna Maria Sorrentino

L’équipe base sicura della sperimentazione dei formati in terapia familiare

TERAPIA FAMILIARE

Fascicolo: 130 / 2022

Viene illustrato un modello di presa in carico di famiglie con un figlio paziente, caratterizzato da: 1. Una fase preliminare di raccolta di informazioni che permette la formulazione precoce di ipotesi e la costruzione di una alleanza con ciascuno. 2. Una conduzione sempre in équipe, privilegiando la co-terapia all’uso dello specchio unidirezionale. 3. L’alternanza di formati, anche individuali, condotti da ciascuno dei membri dell’équipe.

Nel presente lavoro, l’autrice riferisce la propria esperienza di lavoro con le coppie in crisi, domandandosi come la presenza dei figli trasformi il lavoro clinico. La riflessione parte dall’idea che il terapeuta della coppia ha il compito etico, ma non il mandato, di pensare la genitorialità e proteggere il legame genitore- figlio. L’articolo rappresenta una traccia, una proposta per chi muove i primi passi in questo complesso lavoro clinico.

La capacità decisionale costituisce uno degli aspetti più pervasivi e importanti durante tutto il ciclo di vita dell’individuo. Compiere correttamente le proprie scelte è essenziale per il mantenimento di una prolungata autonomia nella quotidianità, aspetto che risulta cruciale soprattutto con l’avanzare dell’età.Sebbene numerosi studi evidenzino che per una decisione efficace è importante essere consapevoli del processo decisionale attuato, in letteratura non sono disponibili strumenti che siano in grado di rilevare tale consapevolezza.Quest'ultima risulta importante soprattutto nell’anzianità, quando tendenzialmente la maggior parte delle funzioni cognitive sottostanti alla capacità decisionale risulta meno efficiente, inficiando così anche la qualità delle proprie decisioni. Nel presente contributo si vuole descrivere il Metacognitive Decision-Making Scenarios, uno strumento self-report progettato per indagare la consapevolezza all’interno del processo decisionale dell’anziano, assieme ai risultati derivati da una sua preliminare applicazione in fase pilota.Sono state analizzate le risposte di 40 partecipanti, rilevando che lo strumento presenta livelli di consistenza interna superiori alla soglia di accettazione e stabilità nel tempo delle risposte. Vengono inoltre considerate le relazioni esistenti tra le sottoscale e le principali abilità cognitive e caratteristiche psicologiche legate al processo decisionale, oltre a possibili differenze nelle risposte in base a età, scolarità e genere.