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Nonostante l’ampia documentazione sulla comorbidità tra disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e disturbi da uso di sostanze (DUS), il sistema italiano per il trattamento delle dipendenze resta inadeguato nel supportare i soggetti affetti da questa doppia diagnosi. Le comunità terapeutiche – ancora oggi pilastro dell’assistenza residenziale alle dipendenze in Italia – si basano tipicamente su modelli comportamentali rigidi, approcci centrati sull’astinenza e routine di gruppo fortemente regolate. Queste caratteristiche strutturali risultano spesso incongruenti con i profili cognitivi, emotivi e comportamentali dei soggetti con ADHD, portando a esclusioni già in fase di accesso o ad abbandoni precoci del trattamento. Questo commentary mette in luce un punto cieco, tanto strutturale quanto culturale, nel sistema italiano, dove l’ADHD è ancora sottodiagnosticato nella popolazione adulta con DUS e spesso frainteso come mera oppositività comportamentale. Sebbene alcuni servizi territoriali per le dipendenze (SerD) abbiano recentemente introdotto protocolli di screening tramite strumenti come l’Adult ADHD Self-Report Scale (ASRS), la maggior parte dei programmi residenziali resta impreparata ad accogliere i bisogni specifici legati all’ADHD. L’esclusione dei pazienti con doppia diagnosi ADHD–DUS dalle comunità terapeutiche rappresenti un vuoto sistemico nell’assistenza, che compromette sia l’efficacia del trattamento sia il principio di equità. Il presente contributo invoca un cambiamento multilivello: riconoscimento clinico dell’ADHD nei contesti delle dipendenze, adattamenti strutturali nelle comunità terapeutiche, e incentivi politici per promuovere percorsi di cura inclusivi ed evidence-based. Integrare approcci sensibili all’ADHD nei modelli esistenti non è più un’opzione – è un imperativo clinico ed etico. Colmare questo divario migliorerebbe non solo gli esiti del trattamento, ma anche la tutela del diritto alla cura per una popolazione colpita in modo sproporzionato da comorbidità e stigma.
This work describes the implementation of psychoeducational groups with a psychoanalytic approach at the Ser.D. in Pozzuoli, ASL Napoli 2 Nord.The process involved three stages: staff training, forming the multidisciplinary team, and launching psychoeducational groups facilitated by a psychologist and an educator.This initiative aimed to create clinical spaces that support young adults attending addiction services in their developmental journeys, promoting socialisation, identity development, and emotional regulation.Observational protocols from the end of each session were analysed to examine the material that emerged within the groups.A corpus of 30 protocols was subjected to Thematic Analysis of Elementary Contexts using the T-Lab Plus software.This tool, designed for exploring complex texts, enabled the identification of recurring thematic patterns.The analysis revealed five semantic clusters: identity construction across work, family, and group; strength through vulnerability; the generative function of storytelling; the ritual dimension of the setting; and play as a transitional space.Findings highlight that the psychoeducational group served as a relational and transformative space, merging emotions, narratives, and playful practices, while promoting a sense of belonging and shared responsibility.
Substance Use Disorders (SUDs) represent a major global public health concern, shaped by a complex interplay of neurobiological, psychological, and sociocultural determinants. This study, conducted within the framework of the BioSUD initiative in Apulia, Southern Italy, investigates the psychosocial profiles and substance use patterns of 1,806 participants, comprising 298 individuals with a clinical diagnosis of SUDs and 1,508 non-clinical controls. Group differences emerged in educational attainment, employment status, exposure to adverse life events, family history of substance use, psychiatric comorbidity, and the quality of interpersonal relationships. Individuals with SUDs reported markedly higher consumption of nicotine, alcohol, cannabis, cocaine, heroin, and other substances, with polydrug use, particularly involving cocaine and heroin. Craving intensity was significantly elevated among clinical participants across all dimensions: reward craving (seeking pleasurable effects), relief craving (alleviating negative emotional states or withdrawal), and obsessive craving (persistent, intrusive thoughts related to substance use). These findings highlight the need for integrated interventions that address not only substance use but also the psychosocial vulnerabilities contributing to addiction. Early screening, especially in adolescents and young adults, paired with efforts to strengthen protective factors such as supportive relationships, school engagement, and coping skills, is key to prevention. As part of the broader BioSUD initiative, combining psychosocial data with genetic profiling may further improve early risk detection and guide personalized prevention and treatment strategies.
Nel mondo medico e scientifico il disturbo da uso di alcol (DUA) è ampiamente riconosciuto e descritto come una malattia cronica e recidivante, caratterizzato dalla ricerca compulsiva dell’alcol nonostante le possibili conseguenze mediche, sociali e legali e rappresentato da manifestazioni comportamentali, fisiche, psichiche e cliniche diverse da individuo a individuo. La definizione di DUA è ampiamente riconosciuta e validata da numerose fonti scientifiche autorevoli, tuttavia, nella pratica clinica, i trattamenti farmacologici sono spesso impiegati con un approccio centrato sulla disintossicazione, sia da parte dei professionisti sanitari che dei pazienti. In questo lavoro abbiamo voluto valutare quale fosse l’impatto di un farmaco specifico, il sodio oxibato (SO), sul percorso e sull’outcome di un gruppo di pazienti con diagnosi di DUA. L’analisi è stata compiuta sui pazienti al primo trattamento presso il SerD di Bergamo nel decennio che va dal 1/1/2015 – 31/12/2024. Le conclusioni depongono per una ritenzione in trattamento maggiore ed una capacità di ridurre il consumo di alcol superiore e apparentemente statisticamente significativo
The article explores the care of foreign patients with gambling disorder, focusing on the clinical case of Gani, an Albanian man with a complex history of migration and vulnerability.Through a multifocal reflection, the linguistic, symbolic and cultural obstacles that characterize the therapeutic relationship with patients defined as “difficult” are analyzed (Moro, 2002).Clinical work is reinterpreted as a relational process that requires humility, flexibility and the ability to listen beyond conventional codes.The article proposes a therapeutic posture based on the acceptance of not knowing and on the construction of possible alliances even in the absence of explicit motivation and linear collaboration (Moro, 2018).
Il tema del Workshop internazionale è stato individuato in base alla possibilità di usufruire, nel tempo breve a disposizione, di ricerche, rilevazioni ed esperienze di restauro urbano, già svolte in precedenza, nel corso dell’attività del Master in Restauro architettonico e culture del patrimonio. Il Workshop è stato quindi programmato allo scopo di sperimentare altri percorsi progettuali, fondati anch’essi sulla comprensione della genesi urbana dell’isolato e in grado di offrire nuove interpretazioni della sua complessa stratificazione urbana. Il contributo e l’impegno di José Ignacio Linazasoro, che ha generosamente accettato il nostro invito insieme con Luca Arcangeli, non poteva che rispondere nel modo più colto e brillante alle aspettative, come dimostrano le pagine che seguono.
Tema del workshop è la progettazione di un sistema di microarchitetture e spazi per la collettività (biblioteca, centro civico, coworking, percorsi attrezzati), nella periferia sud-est di Roma ai margini del quartiere Tuscolano e lungo il perimetro del Parco degli Acquedotti. Le aree di studio appartengono alla porzione della Campagna romana più prossima alla città storica, caratterizzata da un insieme discontinuo e poroso di infrastrutture antiche, moderne e contemporanee: gli antichi acquedotti, le vie consolari con le loro emergenze monumentali, ma anche gli interventi che regolano oggi la mobilità metropolitana, le ferrovie esistenti e le nuove previsioni, i recinti e gli spazi residuali della contemporaneità. Il limite in cui il progetto si inserisce non è quindi una “linea” ma una serie di “spazi” in cui si confrontano segni diversi ed eterogenei sui quali l’architettura è chiamata a intervenire modificando il frammento, riconnettendo le parti, reinterpretando le relazioni.
L’Area Archeologica Centrale rappresenta oggi un fondamentale indice rivelatore della complessa interrelazione delle forme urbane succedute in Roma rispetto ad un contesto fisico peculiare che ne ha favorito e direzionato lo sviluppo. Nel risolvere l’evidente carattere di isolamento e separazione cui l’area attualmente risponde in rapporto alla città contemporanea, è necessario concentrare le attenzioni sulla risoluzione strategica di quelle discontinuità topografiche che oggi impediscono un assetto organico tra le quote antiche, moderne e contemporanee. Lo studio propone alcune possibili soluzioni progettuali in grado di descrivere nell’operare sulla matrice orografica una maggiore sinergia nelle forme di Roma.
Il testo qui proposto restituisce fedelmente[1] la lectio magistralis che i due architetti premio Prizker Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal hanno tenuto il 15 settembre 2023 nelle aule del dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre, a conclusione del workshop immersivo Lacaton & Vassal @ TMB Salario: Riuso e nuovo ciclo di vita per l'area dell'ex TMB Salario, che si proponeva di ripensare il grande impianto di trattamento dei rifiuti, dismesso da qualche anno. Tramite una rassegna dei loro progetti più significativi, Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal hanno ricostruito, con parole e immagini, il loro approccio distintivo alla progettazione, rispettoso dell’esistente, di ciò che già c’è e di chi già abita, senza però mai rinunciare all’ambizione, e alla responsabilità, di saper generare e accompagnare una trasformazione radicale dell’esistente, una metamorfosi.
Il contributo intende restituire gli esiti del workshop immersivo di due settimane proposto dal corso di laurea magistrale in Architettura-Progettazione Urbana del Dipartimento di Architettura dell’Università degli studi Roma Tre, tenutosi nel settembre 2023 e condotto assieme agli architetti francesi Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal, vincitori del Premio Pritzker 2021. Il workshop si proponeva di ripensare un grande impianto di trattamento dei rifiuti della città di Roma, il TMB Salario, dismesso qualche anno fa a seguito di un vasto incendio e dopo lunghi anni di proteste da parte dei residenti. A partire da alcuni assunti metodologici proposti dai due architetti francesi, tanto semplici quanto radicali, come “saper riconoscere valore in ciò che già c’è”, studentesse e studenti hanno immaginato un nuovo spazio di possibilità per la città, connesso, trasparente e aperto. La principale ambizione dei progetti di seguito presentati è quella di ricucire un rapporto di fiducia tra gli abitanti e uno spazio che a lungo hanno subito, e che può e deve invece diventare un luogo attraente, vitale, pubblico.
Il contributo mira ad esplorare, attraverso la fotografia, la relazione tra archeologia e città nei Campi Flegrei. Le fotografie tendono alla lettura dell'archeologia nel contesto urbano, evidenziando le relazioni simbiotiche tra gli elementi storici e la vita contemporanea.
Nell’ottobre del 1969, con l’istituzione nelle Facoltà di Architettura dell’insegnamento della Tecnologia dell’architettura, il nozionismo tecnico espresso dagli “elementi costruttivi” fu messo in crisi dall’indeterminazione dettata dalla téchne nella sua capacità esplorativa e del “sapere perché” che precede il “sapere come”. Fra le varie discipline, la Tecnologia dell’architettura esprimeva un approccio critico ai modi abituali di abitare, prefigurando per il futuro una tecnica capace di legare l’oggettivo delle concrete possibilità tecnologiche con il soggettivo, costituito dalla qualità della vita. La trasformazione dell’impianto didattico fu attuata a partire dalla critica di una concezione progettuale che guardava alle componenti tecnico-costruttive prevalentemente come restituzione della completezza del progetto nei soli materiali da costruzione e nelle componenti esecutive. Con la Tecnologia dell’architettura emergeva la dimensione ambientale nell’insegnamento dell’Architettura, in cui il nuovo campo disciplinare offriva la base per la riflessione su idee e metodi che, partendo dall’ecologia, inserivano nuovi valori per il progetto secondo un approccio sistemico, capace di guardare alla costruzione dell’habitat attraverso processi complessi e architetture sperimentali. Gli attuali assetti disciplinari si muovono su una revisione degli approcci di carattere tecnicistico che inducono a sviluppare competenze profonde ma che smarriscono il senso critico sulla tecnica e nelle sue interazioni etiche, ambientali e socioeconomiche. Nella nuova titolazione ministeriale di “Progettazione tecnologica e ambientale dell’architettura”, la disciplina esprime lo slancio verso un pensiero che riesca a governare criticamente le scelte e gli usi della tecnica, attraverso lo sviluppo di filiere centrate sull’apprendimento degli allievi e non sull’erogazione di contenuti, alimentando l’attitudine alla risoluzione di problemi complessi secondo la duplice capacità di contestualizzazione e di astrazione.