RISULTATI RICERCA

La ricerca ha estratto dal catalogo 105739 titoli

This paper analyses the interactions between the control of marriage and human mobility in early modern Venice. It examines the role that ordinary people and local communities played in controlling migrants’ mobility and marital unions. In particular, it shows the ways in which the religious authorities attempted to collect information about mobile actors in order to prevent the crime of bigamy. The research focuses particularly on the intermediaries and the networks through which oral testimonies and certificates were conveyed, both locally and trans-locally. To do so, the author uses a specific archival source, the so-called processetti matrimoniali: namely, pre-matrimonial enquiries aimed at attesting the marital status of foreigners, widows and widowers, and other mobile actors (i.e., merchants, sailors, and pilgrims) who wanted to get married in Venice. It is in this regard that the Venetian urban context will be analysed as a case study for discussing the historical perspectives of two recent books: The History and Cultures of Vigilance. Historicizing the Role of Private Attention in Society, edited by A. Brendecke and P. Molino; and Riferire all’autorità. Denuncia e delazione tra Medioevo ed Età moderna, edited by M.G. Muzzarelli. Using the perspective of the "cultures of vigilance", instead of the surveillance approach, will help to counter the idea that the control of marriage was simply a top-down process, or a centralized disciplinary action. It will reveal that local and trans-local communities were important means of control, able to influence the effectiveness of administrative and government practices.

Consular participation in state surveillance did not seem to be the basis of the legitimacy of Venetian consuls in Izmir in the late seventeenth and early eighteenth centuries. Indeed, their activity as informants did not contribute to producing the knowledge that was then used by those in power to make decisions, or to judge and punish illegal behaviour. By placing the Izmir consuls in a broader context in which the state rewarded the participation in a set of specific tasks of as many private individuals as possible, this article reassesses the oftendebated and much-contested efficacy of consular information activity. Rather than providing the Venetian authorities with reliable and indispensable information, this article argues that consular vigilance defined a bond of loyalty and mutual expectations between these consuls and Venice. Far from resulting in superior central control, political power projected its authority onto the narratives and behaviour of consuls and potential informers.

Il saggio introduce un dossier scritto assieme a Teresa Bernardi, Umberto Signori e Stefano Poggi, che si propone di mettere alla prova la proposta storiografica di Arndt Brendecke e Paola Molino sulle "Culture della Vigilanza". Attraverso l’analisi di tre casi studio (il controllo dei matrimoni nella città di Venezia tra cinque e seicento, l’analisi della produzione delle informazioni dei consoli veneziani a Smirne tra sei e settecento, la riorganizzazione del controllo del territorio nella città di Vicenza in età napoleonica) gli autori del dossier indagano, ognuno nel proprio contesto, l’utilità di passare dal paradigma della sorveglianza all’analisi delle concrete pratiche e culture della vigilanza. Questo saggio introduttivo cerca di tracciare un percorso comune tra i tre interventi, mettendo in luce alcune questioni metodologiche e nodi tematici, e dialogando più in generale con i recenti studi dedicati alla delazione e alla comunicazione tra governanti e governati. In particolare, si sostiene la tesi che per meglio comprendere quale sia la specifica "cultura della vigilanza" di antico regime, sia necessario metterla in connessione con la sua peculiare "cultura del possesso", ovvero l’idea che il potere e la giurisdizione, come qualunque altro diritto, siano definiti nei termini della possessio e dell’effettivo esercizio, piuttosto che in quelli del dominium.

L’articolo si focalizza sullo sviluppo delle rendite vitalizie in antico regime, prendendo in considerazione i contratti stipulati da diverse istituzioni caritative nell’Italia settentrionale. Questi strumenti consentivano ai sottoscrittori di impiegare delle risorse (denaro, crediti, immobili) per costituire una pensione a proprio favore e/o a beneficio di terzi, includendo talvolta delle ulteriori prestazioni (esequie, messe pro anima, doti a favore di figlie o nipoti). Le rendite vitalizie costituirono, tra sei e settecento, un caso di studio e un campo di applicazione della nascente probabilità. Lo sviluppo di tali pratiche rappresentò dunque un punto di osservazione privilegiato sui processi di matematizzazione della realtà socio-economica, che consente di osservare la pervasività delle innovazioni, ma anche i fattori di resilienza ravvisabili nella prassi contrattuale. Le fonti suggeriscono che l’introduzione delle tavole di sopravvivenza, pur rendendo in una certa misura prevedibile l’aspettativa di vita dei beneficiari, non assorbiva tutte le loro esigenze e soprattutto non poteva controllare altre incognite, connesse, ad esempio, alla natura e alla qualità del capitale impiegato per costituire le rendite. La molteplicità di istanze sociali impediva, nella maggior parte dei casi, di incasellare i contratti in una griglia precostituita e richiedeva invece una più articolata valutazione contestuale.

L’autore esamina alcuni aspetti del viceregno di Ettore Pignatelli di Monteleone in Sicilia. Tramite fonti archivistiche, cronachistiche e disposizioni parlamentari emerge la figura di un viceré abile politicamente, capace di pacificare l’isola dai disordini scoppiati alla morte di Ferdinando il Cattolico. Di particolare importanza è l’analisi delle azioni attuate dal viceré per difendere la Sicilia da un possibile attacco turco-barbaresco.

I Fieschi erano una famiglia aristocratica di estrazione rurale, che traeva l’origine della propria potenza dai possedimenti nel contado e si era insediata a Genova seguendo strategie più o meno coscienti, analizzate nell’articolo per quanto riguarda il trecento. Ciò era avvenuto innanzitutto con l’avvio di un insediamento monumentale presso la collina di Carignano, al di fuori delle mura ma al contempo in stretto rapporto con il centro abitato che sovrastava, quasi come polo urbanistico alternativo. Durante il XIV secolo si può notare una progressiva differenziazione tra una dimensione armata della famiglia, guida della fazione guelfa, e una prettamente ecclesiastica, custode dei patrimoni dinastici cittadini. Partendo dalla constatazione di queste caratteristiche, il saggio tenta di rapportarle e metterle in relazione dialettica con gli altri alberghi cittadini, al fine di evidenziare un modello alternativo di gestione familiare attuato dai Fieschi. È indagata l’importanza della parentela, le modalità di ingresso nel gruppo, le esenzioni fiscali e le politiche matrimoniali, al fine di delineare la mentalità di una famiglia aristocratica signorile inserita in un centro a vocazione mercantile.

La plusdotazione in Italia è un argomento ancora scarsamente affrontato. Nonostante il 5% circa della popolazione sia plusdotato, non esiste una formazione obbligatoria specifica per gli insegnanti, sebbene sia auspicabile un’individuazione precoce della plusdotazione. Tra gli strumenti più utilizzati a questo scopo, dopo il test del QI, troviamo le Gifted Rating Scales (GRS), ovvero le Scale di Valutazione della Plusdotazione, di Pfeiffer-Jarosewich (2003). Si tratta di uno strumento di screening diagnosticamente appropriato e concepito per essere utilizzato con semplicità ed efficacia dagli insegnanti. È disponibile in due versioni, GRS-P (fascia d’età prescolare 4-6 anni) e GRS-S (fascia d’età scolare 6-13 anni), tese a valutare la percezione dell’insegnante rispetto al livello di abilità dello studente in confronto ai pari, in differenti aree: abilità intellettiva, abilità accademica, talento artistico, creatività, motivazione e leadership (quest’ultima è presente soltanto nelle GRS-S). Data la loro elevata solidità psicometrica, sono state tradotte e validate in molte lingue. La validazione della versione italiana delle GRS-S è stata avviata da uno studio di Beretta-Zanetti su un campione di 449 soggetti, provenienti dalla Lombardia, cui si sono aggiunti successivamente altri 142 soggetti provenienti da Roma. Nel presente lavoro, che si inserisce nel medesimo filone, sono state somministrate le GRS-S, dopo opportuna formazione degli insegnanti, ad un campione di 204 bambini tra i 6 ed i 14 anni provenienti dal Centro Italia (Regione Umbria), ampliando quindi la numerosità del campione proveniente dall’Italia centrale. Sono state quindi indagate le seguenti proprietà: asimmetria, curtosi, affettività e correlazione item-totale corretta. La coerenza interna delle scale è stata valutata attraverso il coefficiente alfa di Cronbach e l’errore standard di misurazione. La validità è stata analizzata mediante correlazione tra scale e attraverso un’analisi fattoriale esplorativa. I risultati hanno mostrato adeguate proprietà psicometriche ed una consistenza interna soddisfacente, tuttavia sono emerse criticità (valori molto elevati dell’indice alfa di Cronbach e soluzione a 5 fattori nell’analisi fattoriale esplorativa) che sono state ampiamente discusse e per le quali sono state avanzate alcune ipotesi (ad esempio ridondanza di item e bias interpretativo degli insegnanti) pur considerando la scarsa ampiezza campionaria di questa ricerca e riconoscendo il valore degli studi sul medesimo strumento che l’hanno preceduta. Si conferma pertanto la attendibilità della versione italiana delle GRS-S, tuttavia, per maggiore completezza dei dati ed omogeneità del campione, si segnala la necessità di rilevare dati da un campione più ampio, auspicabilmente proveniente dalle scuole del Sud Italia.

Magda Di Renzo, Paolo Pace, Federico Bianchi di Castelbianco, Massimiliano Petrillo, Elena Vanadia, Simona D'Errico, Monica Rea

La percezione genitoriale dei cambiamenti emotivo-comportamentali nei bambini con disturbo dello spettro autistico, a quattro mesi dall’inizio della pandemia

RICERCHE DI PSICOLOGIA

Fascicolo: 2 / 2022

I disturbi dello spettro autistico sono caratterizzati da difficoltà nell'interazione socio-comunicativa, dalla presenza di comportamenti e interessi ristretti e ripetitivi. In determinate circostanze, ad esempio durante un periodo di lockdown, quando l’isolamento sociale e il distanziamento diventano obbligatori per tutti, in particolare per le famiglie con un bambino con disturbo dello spettro l’interruzione delle routine quotidiane (scuola, terapia, tempo libero) rischia di minare il lavoro terapeutico e i progressi che faticosamente le famiglie avevano raggiunto fino a quel momento. In questo studio abbiamo monitorato 81 famiglie di bambini con disturbo dello spettro, valutandole prima dell’inizio della pandemia e circa 4 mesi dopo, per verificare quali comportamenti dei bambini fossero peggiorati e quali invece fossero rimasti stabili o anche migliorati. Le famiglie sono state intervistate, a febbraio e luglio 2020, attraverso rating scale standardizzate e i risultati hanno evidenziato un intensificarsi nei bambini di irrequietezza motoria, difficoltà nella regolazione del sonno, mentre non sono emersi peggioramenti nelle condotte autolesive o etero-aggressive, né nelle autonomie personali. Va considerato che tutte le famiglie coinvolte nella presente ricerca erano inserite in percorsi terapeutici e non hanno interrotto il percorso di supporto psicologico (online), con lo specifico obiettivo di sostenerli nel loro ruolo genitoriale nelle fasi più critiche vissute dai bambini, e nel renderli sempre più attivi nei processi di consolidamento delle competenze acquisite dai bambini.