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Chiara Spadaro, Giacomo Pettenati

Le politiche urbane del cibo come possibile arena per la governance climatica urbana

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 2 / 2022

Nel dibattito sulla sostenibilità urbana hanno assunto un ruolo crescente, da circa vent’anni a questa parte, le cosiddette politiche urbane del cibo (PUC), che mirano a ridurre gli impatti ambientali e aumentare la giustizia socio-spaziale dei sistemi alimentari, agendo alla scala urbana. Tali politiche costituiscono secondo alcuni un ambito di grande potenzialità per la governance climatica urbana, grazie alla possibilità di agire sul consumo alimentare delle popolazioni urbane, che costituisce uno dei principali fattori di impatto ambientale su scala globale. Non mancano tuttavia le riflessioni critiche, relative alla realecapacità di azioni e politiche localizzate di modificare strutturalmente sistemi del cibo complessi. Questo contributo si interroga sul possibile ruolo delle PUC nel quadro della governance climatica urbana, a partire dall’analisi delle realtà presenti all’interno della Rete Italiana Politiche Locali del Cibo e con un approfondimento sui casi di Roma e Milano.

Elena dell’Agnese

La Climate Fiction secondo l’Ecocritical Geopolitics: un’agenda per la ricerca

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 2 / 2022

L’idea che un cataclisma climatico possa alterare in maniera profonda gli equilibri del pianeta è presente nella fantascienza sin dalla fine dell’Ottocento. Le narrazioni incentrate sulle conseguenze potenzialmente catastrofiche di un cambiamento climatico, tuttavia,nei primi due decenni del Duemila si sono letteralmente moltiplicate, tanto che si parla di Climate Fiction. Al di là del monito ambientalista inserito in queste narrazioni, un ulteriore livello di analisi può essere individuato nell’esame del discorso da esse veicolato, in relazione ai rapporti di potere tra esseri umani e tra esseri umani e ambiente. In questo articolo, dopo una breve introduzione all’approccio teorico individuato come utile a tal fine (l’Ecocritical Geopolitics), verrà articolata un’agenda di ricerca, con l’identificazione dei campi di indagine da aprire per esplorare la Climate Fiction, in riferimento ai suoi riferimenti spaziali, ai suoi principali protagonisti e al suo discorso sull’ambiente.

Redazione RGI

Informazione bibliografica

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 2 / 2022

Danny Dorling, Rallentare. La fine della grande accelerazione e perché è un bene (Daniele Vignoli) Veronica della Dora, The mantle of the Earth. Genealogies of a geographical metaphor (Laura Lo Presti) Telmo Pievani, Mauro Varotto, Viaggio nell’Italia dell’Antropocene. La geografia visionaria del nostro futuro (Eleonora Guadagno) Enzo Pranzini, Granelli di sabbia. Una guida per camminare sul bordo del mare (Leonardo Rombai) Giada Peterle, La geografia spiegata ai bambini. Le avventure spaziali di Alex e il signor Globo (Marcella Terrusi) Roberta Cevasco, Carlo Alberto Gemignani, Daniela Poli, Luisa Rossi, a cura di, Il pensiero critico fra geografia e scienza del territorio. Scritti su Massimo Quaini (Floriana Galluccio) Michela Lazzeroni, Monica Morazzoni, a cura di, Interpretare la quarta rivoluzione industriale. La geografia in dialogo con le altre discipline (Teresa Graziano) Claudio Calveri, Pier Luigi Sacco, La trasformazione digitale della cultura (Federica Epifani) Silvia E. Piovan, The geohistorical approach. Methods and applications (Arturo Gallia) Franco Cazzola, Uomini e fiumi. Per una storia idraulica ed agraria della bassa pianura del Po (1450-1620) (Matteo Proto) Paolo Molinari, Living in Milan. Housing policies, austerity and urban regeneration (Giacomo Zanolin)

A cura della Redazione

Norme redazionali

RIVISTA SPERIMENTALE DI FRENIATRIA

Fascicolo: 1 / 2022

Andrea Castiello d’Antonio

Recensioni

RIVISTA SPERIMENTALE DI FRENIATRIA

Fascicolo: 1 / 2022

Luca De Fiore

Il ruolo formativo dell’editoria

RIVISTA SPERIMENTALE DI FRENIATRIA

Fascicolo: 1 / 2022

Durante il Novecento, numerose case editrici hanno svolto un ruolo importante per la crescita culturale dell’Italia, una funzione formativa molto simile a quella che ha caratterizzato l’attività di molti editori di paesi come Francia, Inghilterra, Germania, Stati Uniti. Quasi sempre l’attività editoriale era legata al contributo di intellettuali che svolgevano un ruolo politico-culturale attraverso l’impegno professionale: narratori, giornalisti, poeti. Questa funzione esplicitamente pedagogica dell’editoria è stata messa in crisi verso la fine del secolo scorso dall’esaurirsi della stagione politicamente più coinvolgente e conflittuale e, allo stesso tempo, dall’emergere di nuovi modelli di gestione che affidavano la conduzione aziendale a dirigenti più attenti ai risultati economici che al prestigio culturale. Con l’inizio del nuovo millennio, l’editoria italiana e internazionale ha iniziato a essere dominata da multinazionali proprietarie dei marchi storici dell’editoria e spesso gestite in maniera impersonale. L’editoria scientifica è forse quella che meglio ha saputo adattarsi alla gestione manageriale e, forse non a caso, è la più attraversata dal cambiamento: una delle questioni più discusse riguarda la qualità dei contenuti e gli strumenti per la sua valutazione precedente (peer review) e successiva alla pubblicazione (gli indici bibliometrici hanno assunto un potere determinante per la progressione delle carriere dei professionisti sanitari). Anche i modelli di accesso alle riviste sono molto cambiati, nonostante l’open access in grande ascesa rischi di discriminare i ricercatori delle nazioni a basso reddito. In un contesto culturale, sociale e politico molto cambiato rispetto al secolo scorso, anche l’attività, le scelte e le decisioni delle case editrici meno esposte o schierate politicamente possono avere un valore culturale non trascurabile contribuendo così a formare punti di vista sul mondo. E non è detto che - proprio grazie al lavoro degli editori - queste prospettive sul futuro non possano tornare a ispirarsi ai valori che hanno orientato la cultura del Novecento.

Helen Glover, Patricia Tran

What ‘evidence’ do people really want and need for their recovery?

RIVISTA SPERIMENTALE DI FRENIATRIA

Fascicolo: 1 / 2022

Having access to lived-experience wisdom and knowledge is no longer optional but essential for help seekers to live well, and in turn for help providers to deliver more relevant and meaningful services. To date, mental health research agendas have primarily been concerned with producing clinical evidence that guides help providers as to the interventions that best reduce or ameliorate mental illness symptoms. This paper flips the focus to the nature of the type of ‘evidence’ people, who experience mental illness want and need in order to guide, activate and lead their own recovery. The authors’ draw both upon their shared anecdotal experiences of recovery, to explore the relevance and use of ‘clinical’ and ‘personal’ recovery evidence in people’s individual recovery journeys. People’s needs for evidence stretch beyond the ceiling of what ‘clinical’ recovery evidence currently offers. To thrive beyond the impact of mental ill health, people want to know more than how to manage symptoms. They want to know and experience: (i) recovery is real and possible, (ii) the notions underpinning personal recovery, not just clinical recovery, (iii) the lived experience collective wisdom and, (iv) most of all, how to protect themselves from any iatrogenic harm arising out of seeking help, such as institutionalisation, discrimination, stigma and oppression. Depending on their core beliefs and practice, mental health providers will either hinder or facilitate access to and utilisation of this knowledge. Decades of first-hand accounts provide testimony to the personal effort required to overcome the impacts of mental illness and its associated treatments. Lived experienced produced research provides rigour and strength to the ‘personal’ recovery evidence base and can stand side by side with its ‘clinical’ evidence counterpart. Both knowledge bases, whilst appearing tangential, are useful for people in recovery. Maintaining their separateness is unhelpful and limits access to necessary recovery knowledge for all. Only when research agendas synthesise these two wisdoms into a single evidence base will a new and more effective way of delivering services evolve.

Gilberto Di Petta, Danilo Tittarelli, Raffaele Vanacore

Il medico psichiatra: chi era costui? Riflessioni sulla crepa dello specchio

RIVISTA SPERIMENTALE DI FRENIATRIA

Fascicolo: 1 / 2022

Le forme del conoscere, dell’essere e dell’agire psichiatrico sono state tutt’altro che stabilite una volta per tutte. Gli attuali strumenti accademici di formazione si sono appiattiti da tempo su di una linea semplicistica e riduzionistica. Nel Secondo Novecento una serie di condizioni aveva conferito alla figura dello psichiatra una centralità mai avuta prima nella storia: la chiusura/ridimensionamento dei manicomi, l’introduzione e la diffusione degli psicofarmaci, l’avvento del concetto di "salute mentale" territoriale. Il suddetto riduzionismo, però, ha scelleratamente decomplessizzato la figura dello psichiatra, il cui problema identitario è, così, divenuto ancor più pressante, fino ad implodere, come l’immagine alla rottura di uno specchio. La psichiatria, infatti, a differenza di altre branche mediche, mette in gioco un fattore antropologico, quello della "follia" e delle sue modalità di manifestazione e di costituzione. Se questo fattore, storicamente, era considerato decisivo nello strutturarsi e nel rivelarsi della cosiddetta "malattia mentale", in epoca più recente la bonifica della psichiatria dalle paludi della follia ha prodotto, a nostro avviso, e in maniera speculare, una rottura nella costituzione identitaria dello psichiatra. Chi è lo psichiatra se non è più in grado di tenere acceso il dialogo tra la società e la follia? La questione della follia mette in moto, come legna che alimenta il fuoco dell’umano, la ricerca del senso e della cura. Lo sradicamento della follia dal territorio dell’umano ha prodotto una classe di psichiatri in cerca d’autore, partecipi di una quotidiana messinscena clinica, senza alcuna pretesa di comprensione, di cura e di libertà. Le sole, queste ultime, a poter consentire uno specchiarsi non deforme - attraverso il prisma umano dello psichiatra - della "follia" e della "norma", in quanto entrambe espressioni della vita.