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La High Court of Justice esamina un caso di richiesta di risarcimento del danno, fisico e psichico, subito dalle ospiti di un hotel aggredite da un estra-neo introdottosi durante la notte. Precisato il diverso approccio del modello degli ordinamenti anglosassoni sul tema della responsabilità dopo una breve disamina del contratto di albergo, si approfondiscono analogie e differenze sulla responsabilità dell’albergatore tra civil law e common law, facendo specifico riferimento agli "obblighi di protezione", con una proiezione sul possibile esito del giudizio in Italia
Il Tribunale di Firenze ha affrontato la questione relativa alla richiesta di ri-sarcimento del danno (morale) da parte di un soggetto affetto da tetraplegia in occasione dell’imbarco su un volo aereo e si è espressa nel ritenere configurabile l’ipotesi di una responsabilità da "contatto sociale". Pur in assenza di uno specifico legame contrattuale, le parti in questione sono entrate in contatto per effetto del contratto di trasporto che è stato concluso. Si è, in-fatti, in presenza di un’ipotesi in cui il rapporto obbligatorio rinviene il proprio fondamenta in una relazione specifica che intercorre tra soggetti determinati, che pur non avendo formalmente fonte contrattuale, è in grado di produrre effetti obbligatori diretti, inquadrabili sia nell’ambito dell’art. 1173 c.c. (quali «altri atti o fatti idonei a produrre effetti obbligatori i conformità dell’ordinamento giuridico») sia nell’alveo della responsabilità per inadempimento ex art. 1218 c.c.
Il Tribunale di Firenze ha respinto, per mancanza di prova, la domanda di risarcimento del danno da "vacanza rovinata" proposta da una coppia che, dopo aver acquistato un pacchetto turistico comprendente la celebrazione del matrimonio su una spiaggia delle Hawaii, aveva lamentato alcune carenze, quali: la vista della camera sul campo da Golf invece che sull’Oceano, come previsto nel catalogo, la celebrazione della cerimonia su una spiaggia diversa da quella pattuita; il mancato riconoscimento del matrimonio in Italia per as-senza della convalida dell’Apostille. L’A., delineato il quadro normativo e richiamati i precedenti giurisprudenziali in tema di "danno da vacanza rovinata" in relazione ai viaggi di nozze, ha rimarcato il dovere d’informazione dell’operatore turistico nell’asimmetria informativa col turista/consumatore, anche con riferimento ai profili di pubblicità ingannevole per mancato riscontro con il catalogo informativo
Nel 2021, a quasi trent’anni dalla sua abolizione, il Ministero del Turismo fa il suo ritorno nell’architettura del Governo italiano come strumento strategi-co contro la crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19. Nonostan-te i numerosi elogi da parte degli operatori del settore turistico, la riforma potrebbe sollevare dubbi tra coloro che hanno sempre criticamente eviden-ziato la tendenza dello Stato a intervenire in una materia di competenza esclusiva delle Regioni.
Ormai diffusa è l’immagine di un turista "responsabile" che approccia al consumo con un atteggiamento critico, perché più attento alla ecosostenibilità dei territori e orientato a scegliere mete che abbiano attuato una politica di conservazione ambientale. Al turista responsabile fa da pendant un turismo green che impone alle imprese di adottare comportamenti in linea con uno sviluppo sostenibile. Le misure di "fiscalità verde" appaiono parte essenziale delle politiche ambientali e fiscali, orientando comportamenti individuali e collettivi e soprattutto responsabilizzando imprese, consumatori e istituzioni. L’attuale sistema ordinamentale è orientato ad una politica di "promozione" che individua accanto al fine primario del prelievo, qual è appunto il concorso al sostentamento delle spese pubbliche (art. 53 Cost.), dei fini c.d. "accessori" anche di carattere fiscale che valorizzino la funzione impositiva in funzione del soddisfacimento dei diritti fondamentali. Lo strumento fiscale, dunque, viene utilizzato al fine di incentivare comportamenti ecosostenibili da parte degli operatori commerciali, sia imponendo specifici tributi correlati a condotte inquinanti (c.d. "tributi ambientali"), sia riconoscendo agevolazioni fiscali a fronte di comportamenti virtuosi.
In un carcere che si sta chiudendo definitivamente, un inatteso ostacolo amministrativo impedisce il trasferimento di dodici detenuti, obbligando cinque agenti a rimanere in servizio. Un film che ci propone le interazioni in quel carcere di due microcosmi conviventi e noi associamo immagini ed emozioni provate di fronte alle reazioni tra operatori, pazienti e familiari che si ritrovano a lavorare insieme.
Génie la matta è un romanzo lucido e tagliente, poetico ed evocativo. È la storia di Marie, una bambina nata dallo stupro subito dalla madre, e che soffrirà lei stessa. Un’amara storia di trasmissione transgenerazionale maligna. Respinta, insieme alla madre, da tutta, o quasi, la co-munità in cui vive, Marie racconta il muro di silenzio che si innalza tra l’individuo e gli altri, dove l’assenza di parola e la sordità si incontrano.
Gli autori riflettono sulle difficoltà di comprensione - tentativi di omologazione e fraintendimenti - e sui complessi meccanismi psichici che si verificano negli operatori dei centri di accoglienza per migranti e negli stessi psicoterapeuti deputati a fornire supporto psicologico. Si soffermano sulle manifestazioni di sofferenza post-traumatica di coloro che vivono il dramma dello sradicamento, del pericolo di vita, di forme di schiavitù, di assenza di progettualità e di brusca caduta dentro un mondo di cui non capiscono le regole. Un mondo che dicendo di ac-coglierli li controlla, li segrega, e all’improvviso li dimette dai centri di accoglienza supponendo in loro una capacità di adattamento, integrazione e resilienza. Le esperienze traumatiche spesso e per molto tempo non trovano parole né adeguate rappresentazioni simboliche, per cui "parlano" attraverso somatizzazioni, lamentele fisiche, richiami a modelli della cultura d’origine, con effetto di sconcerto e di impotenza in coloro che sono chiamati all’ascolto e alla comprensione. Le differenze culturali pongono, secondo gli autori, non soltanto problemi di corretta interpretazione dei disagi e dei sintomi riferiti, ma anche domande sull’adeguatezza del setting e delle chiavi interpretative in uso nella nostra cultura. Nell’articolo si fa riferimento ad alcuni approcci transculturali e alla necessità, per gli psicoterapeuti, di uno spazio condiviso di confronto su vissuti controtransferali, spesso pesanti come macigni che, se non compresi ed elaborati, possono indurre ad atteggiamenti di rinuncia e di evitamento.
Nell’ambito della lunga analisi di una paziente con una storia psicotica alle spalle, l’autore prende in esame un fenomeno molto peculiare riportato in seduta: la paziente sembra instaurare col mondo animale vivaci interazioni piuttosto diverse dal tradizionale rapporto col pet. Si tratta di contatti con numerosi animali, in prevalenza uccelli, che restano nel loro ambiente e che la paziente incontra al confine tra il loro mondo e il proprio; inoltre, gli scambi, ripetuti e a volte protratti per mesi, si realizzano tramite comunicazioni preverbali e inter-corporee; l’esperienza è vissuta dall’analizzanda con una speciale intensità, come un momento importante e misterioso da attraversare. L’autore avanza l’ipotesi che, oltre all’acquisizione di una ricca area transizionale, giochi una parte fondamentale la spinta a conoscere, già implicata nella precedente dinamica psicopatologica, ma qui cambiata di segno.
Gli autori trattano di una esperienza svolta in comunità terapeutiche e tentano di comprendere il funzionamento della mente ampliada all’interno del gruppo psicoanalitico multifamiliare (GMF). Propongono i motivi della scelta di questo modello metodologico, rifacendosi alle esperienze antiistituzionali e alle caratteristiche specifiche della terapia di gruppo. Evidenziano poi quali sono i fattori terapeutici classici e quelli particolari del GMF, nonché quelli insiti nel trattamento comunitario. Propongono poi alcune vignette cliniche dalle quali evincono una ipotesi teorica che riguarda lo sviluppo di una fantasia di cura precedentemente assente che coinvolge tutti i membri del gruppo attraverso lo sviluppo di una mente ampliada. Si descrive il meccanismo ipotetico di cambiamento dei legami tra i membri del gruppo e nella gruppalità interna dei singoli. Si conclude descrivendo le caratteristiche significative dell’utilizzo del gruppo multifamiliare all’interno di una comunità terapeutica.
Riflessioni sul percorso psicoterapeutico nei disturbi dissociativi, tra dimensione individuale e gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare. Nel corso della psicoterapia individuale, spesso per il terapeuta risulta chiaro che sono presenti parti dissociate importanti, così pure risulta chiara la percezione di quanto tali difese dissociative siano state necessarie, le uniche disponibili per proteggere il soggetto dalla paura dell’inondazione di sentimenti dolorosi e intollerabili, non pensabili; dalla paura di traumi vissuti e del loro riproporsi. Si tratta, come afferma Bromberg, di difese necessarie per mantenere la necessaria continuità e integrità del Sé. La simultanea partecipazione al gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare può essere molto importante per il soggetto per avere la possibilità di entrare in contatto con parti dissociate di sé, altrimenti tenute a distanza, anche se nel frattempo, ci si impegna in un lavoro psicoterapeutico individuale. L’ascolto in seduta del paziente ci può mostrare, anche con molta chiarezza, quanto la par-tecipazione al gruppo gli permetta di avvicinare la sofferenza, sostenuto anche da una rete di relazioni e significati condivisi. Il contributo delle due dimensioni terapeutiche può consentire, allargando e alternando i due campi di lavoro, di aprire spazi di elaborazione e consapevolezze nuove, utilizzabili per favorire un’integrazione tollerabile per il soggetto e per la stessa coppia terapeutica.
Secondo Jorge Garcia Badaracco, lo sguardo con cui si osserva un paziente influenza no-tevolmente l’esito del trattamento. Per poter aiutare la persona a scoprire la sua "virtualità sana", è necessario che la osservi per primo chi è deputato alla cura. Partendo da questo presup-posto, gli autori riflettono su quali siano i fattori (intriseci ed estrinseci) che influenzano lo sguardo, e di come sia importante incidere innanzitutto sul modo in cui i curanti osservano i pazienti e le loro famiglie. La paura è un elemento centrale nel contribuire all’erezione di difese. Ed è la normalità che può spaventare una persona affetta da psicosi, così come i suoi familiari e i suoi curanti, impedendogli di vedere la "virtualità sana". Accedere ad essa implica tollerare un profondo dolore; farlo all’interno di un gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare aiuta pazienti, familiari e operatori a sentirsi meno spaventati e meno sofferenti.
Gli autori mettono in evidenza come, nella pratica clinica del gruppo di Psicoanalisi Multi-familiare, l’emergere di ricordi traumatici e dei vissuti emotivi ad essi correlati consenta di percepire l’esistenza, nel mondo interno delle persone sofferenti, di "presenze" patogene, "presenze" che possiedono un potere di condizionamento permanente, segreto e occulto, molto difficile da cogliere in altri contesti. Intorno a tali "presenze" si strutturano identificazioni patogene che bloccano lo sviluppo di proprie risorse egoiche e il soggetto si vivrà abitato e posseduto da altri che gli impediscono di essere se stesso. In questo lavoro si descrive come gli specifici funzionamenti del gruppo consentano di avviare processi di costruzione di identificazioni trasformative che riducano gradualmente il potere patogeno di tali presenze; i rispecchiamenti reciproci, il funzionamento del gruppo come "mente ampliada", l’emergere della virtualità sana personale sono gli elementi che consentono di potere iniziare a pensare, attraverso l’altro, ciò che risultava impossibile pensare da solo, in particolare rispetto alle proprie interdipendenze patogene. La presenza dell’altro diventa sostegno nella scoperta di Sé autentico e la costruzione di un’identità soggettiva integra.