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This article explores some of the mediated representations of queer male drug use - in particular, those concerning the chemsex and party n play (PNP) subcultures - to reveal the underly-ing emotionality as well as the cultural dynamics and meanings that contribute to the shaping of society’s understandings of these men and their behaviors. The article presents analyses of several general types of negatively-framed mediated representations of chemsex and PNP - representations that can, in effect, serve to define queer male drug users - definitions which are often provided by "experts" or moral entrepreneurs such as documentary directors, addiction practitioners and public/sexual health representatives, to name a few.
Le recenti affermazioni elettorali della Lega Nord in Trentino e Valle d’Aosta consentono di osservare il radicamento del discorso populista di destra in un territorio caratterizzato da un’alta densità di aree interne e da una forte tradizione politica autonomista. L’articolo, attraverso un metodo interdisciplinare, mette a fuoco il fenomeno leghista nelle regioni alpine a partire dall’analisi delle pratiche discorsive in cui appaiono centrali le rivendicazioni nativiste e di riconoscimento, e delle variabili di scenario, come l’incidenza della crisi economica, l’orientamento neoliberista di alcune scelte di governance locale e l’incremento dei flussi migratori.
Questo contributo riflette sulla coesione sociale, indagando i processi che ne favoriscono lo sviluppo a scala locale tramite le dimensioni di engagement collettivo e responsabilità condivisa. Il quadro concettuale viene applicato a due Social Street con una metodologia qualitativa. I risultati evidenziano la contingenza di engagement collettivo e responsabilità condivisa, la genesi di episodi di coesione sociale e l’importanza di interfacce riflessive tra gli attori comunitari e istituzionali.
La pandemia da Sars-Cov-2 ha messo in controluce i paradigmi che hanno informato finora gli apparati teorici e definitori del concetto di territorio; gli statuti disciplinari su cui essi poggiavano stanno quindi mostrando la loro inadeguatezza tanto da rendersi necessarie reinterpretazioni e ricodifiche. Al fine di fornire una definizione semanticamente più attinente a quanto si sta esperendo nell’habitare oggi, l’Articolo tenterà di circoscrivere questo concetto nella sua dimensione "identitaria", attraverso cui si stratificano, nel tempo, gli esiti dell’adattamento delle comunità in relazione all’ambiente biofisico e costruito in rapporto con le sfide locali e globali. Nella tradizione dei concept papers e degli hypothesis-building studies, questo contributo non pretende di fornire risposte ma si prefigge lo scopo di perimetrare un nuovo campo d’indagine per gli studi socioterritoriali, ovvero di circoscrivere un’agenda di ricerca, nonché il livello di astrazione al quale, si spera, una sociologia spazialista (Mela, 2006; Mela, 2020) possa conferire le sue risposte. In questa prospettiva, l’articolo rielaborerà il concetto di territorio come esperienza di processualità spaziotemporale, e introdurrà quello di metaterritorio, come spazio di relazioni collaborative.
Il concetto di "evento" è usato in alcuni campi di ricerca della sociologia dell’ambiente e del territorio, ma non ha trovato sinora una definizione univoca e sviluppi coerenti. Tuttavia, esso è al centro di numerosi dibattiti nella filosofia contemporanea, così pure come in altri saperi. Il presente articolo esamina alcuni aspetti di tale riflessione, cercando di trarre da essa indicazioni per una più solida fondazione dell’idea dell’evento spaziale, inteso come fenomeno imprevisto e contingente, che si riferisce non unicamente agli effetti delle interazioni sociali, ma coinvolge al tempo stesso una molteplicità di elementi non-umani dotati di specifica agency, siano essi entità naturali o tecnologiche. Questo compito richiede anche di definire il rapporto tra l’evento e la situazione da cui prende origine, come pure le modalità con cui esso può dar vita ad una trasformazione radicale di questa. Basandosi su tali considerazioni, l’articolo si conclude ponendo la questione della sindemia di Covid-19 come evento catastrofico, dotato tuttavia di una potenzialità di trasformazione della situazione a vari livelli spaziali.
La pandemia del Sars-CoV-2 sollecita la sociologia dell’ambiente a interrogarsi sugli approcci adeguati a renderne conto. A lungo la disciplina è stata dominata dal dibattito tra realismo e costruttivismo, de facto privilegiando quest’ultimo. La "svolta ontologica" nelle scienze sociali e umane ha portato alla ribalta materialismi anti-dualisti, idonei sulla carta a confrontarsi con un ibrido socio-materiale quale il Sars-CoV-2. Tuttavia, le implicazioni emancipative tratte dalla critica dei dualismi moderni non hanno riscontro in una situazione in cui l’estrazione di valore coincide sempre più con la negazione della distinzione tra natura e tecnica. Il dibattito sull’Antropocene offre una prospettiva utile a fare chiarezza.
L’attuale crisi da COVID 19 ha messo in evidenza la necessità dell’adozione di un approccio coevolutivo nell’interpretazione di quanto sta accadendo. La morbilità del virus si correla a fattori morfologici, ambientali, culturali, socio-economici; la pandemia sfida il pensiero lineare e le spiegazioni monocausali. Il presente contributo illustra come tale approccio possa aiutare a interpretare e - perché no - a trovare una soluzione alle due grandi crisi attuali: quella pandemica e quella ecologica.
La formazione delle Scuole di Architettura è perlopiù mono-scalare, nel senso che tende a concentrarsi su una sola scala progettuale. L’abitare è invece inter-scalare. Questa asincronia tra agire progettuale e abitare genera una tensione tra gli esiti del costruito e i suoi destinatari. Qui si mette ciò in relazione con i problemi generati da emergenze sanitarie di tipo pandemico, valutando come la limitata socialità imposta dalle misure di prevenzione ha effetti su alcuni aspetti dell’abitare.
Le riflessioni presenti nel saggio si fondano su un’indagine avviata all’indomani dell’emanazione del Decreto del Presidente del Consiglio dell’8 marzo 2020, con il quale sono state estese a tutto il territorio italiano le misure di contrasto e contenimento della diffusione del virus Sars Cov-2. L’indagine è stata sviluppata in tre diversi momenti: nel primo è stato somministrato un questionario online su Sicurezza e fiducia al tempo dell’emergenza sanitaria, applicando la tecnica di campionamento di tipo snowball; nel secondo è stata sottoposta una batteria di domande aperte agli interlocutori che, avendo risposto al questionario, avevano dato la disponibilità ad essere ricontattati per ulteriori approfondimenti; nel terzo momento sono state poste ulteriori domande sulla gestione dell’emergenza sanitaria ai medesimi interlocutori della seconda fase. Ai fini di questo articolo, per ragioni di brevità, esponiamo alcuni elementi emersi nella seconda fase della ricerca, relativi ai cambiamenti urbani legati all’emergenza.
L’incrocio tra il diritto e la sociologia urbana apre a scenari di sperimentazione di modelli democratici nuovi, permettendoci di ridefinire servizi pubblici, spazi urbani, territori come beni comuni. Secondo la prospettiva proposta, le pratiche sempre più diffuse di cittadinanza attiva, che si prende cura dei beni comuni, trasformano i cittadini/abitanti da utilizzatori/consumatori di servizi e spazi a prosumers, suggerendoci che siamo in una fase di cambio di paradigma nella rappresentazione e definizione delle istituzioni pubbliche. La scuola è proposta come campo concreto di riflessione, nel suo passaggio da servizio pubblico a bene comune, quando cioè si territorializza, diventando oggetto di cura di tutta la "comunità educante", per disegnarsi sui caratteri socio-spaziali del bisogno educativo.
La sociologia urbana è in una fase di revisione dei paradigmi che l’hanno contraddistinta per buona parte del Novecento e gli inizi del XXI secolo. Oggi il rilancio della disciplina dipende fortemente dalla messa in discussione di dicotomie quali urbano vs. rurale, centro vs. periferia, locale vs. globale, e dal riconoscimento di una articolazione più complessa e originale delle parti costitutive dei fenomeni sociali a livello territoriale. In particolare questo contributo propone una riflessione che, partendo dal concetto di arcipelago, ridisegna l’urbano in un’ottica dove il concetto di periferia perde il significato attribuitogli solitamente, per venire sostituito da quello di policentrismo. Questo approccio non nega la rilevanza dei territori e la georeferenziazione dei fenomeni ma li inquadra in una prospettiva più ampia e a geometria variabile.