La ricerca ha estratto dal catalogo 105744 titoli
In questo numero:
Giovanni Aldobrandini, Il buono e il cattivo tempo. Joseph Chamberlain e il progetto riformista e imperialista nell’Inghilterra tardovittoriana (1789-1915) (Renato Moro)
Fabrizio Rudi, Soglie inquiete. L’Italia e la Serbia all’inizio del Novecento (1904-1912) (Pierpaolo Naso)
Paolo Zanini, Il "pericolo protestante". Chiesa e cattolici italiani di fronte alla questione della libertà religiosa (1922-1955) (Alfonso Botti)
L’autore ricorda per Mondo Contemporaneo lo storico tedesco Klaus Voigt, scomparso a Berlino il 21 settembre 2021, suo sincero amico. Internazionalmente noto per le ricerche sull’Esilio tedesco, in Italia Voigt è molto conosciuto anche per aver ricostruito la storia dei "ragazzi di Villa Emma", un gruppo di adolescenti ebrei dell’Europa centro-orientale che nel 1942, dopo un’incredibile peregrinazione, approdò a Nonantola, nel modenese. Era nato a Berlino il 2 novembre 1938 e - partito dalla storia medievale - si era dedicato poi allo studio dell’idea di unione europea. E, in età più matura, a quello dei profughi (soprattutto ebrei) dalla Germania nazionalsocialista. Il suo lavoro più noto è Zuflucht auf Widerruf (in italiano, Il rifugio precario). Il tema del rapporto con l’Italia è al centro della conversazione amichevole tra Capogreco e Voigt, del 2016, pubblicata qui per la prima volta. Seppure concluso piuttosto bruscamente, per un imprevisto, il racconto di Voigt è molto fresco e spontaneo. E termina proprio con un richiamo a Nonantola, il luogo dove egli, a metà degli anni Novanta, avviò la sua poderosa ricerca sui ragazzi ebrei in fuga dal nazismo.
Il saggio analizza la centralità della sociologia della modernizzazione di Gino Germani nel fornire a Renzo De Felice una lettura complessiva della realtà con-temporanea e delle sue contraddizioni, mostrando, in particolare, il ruolo decisivo che questa analisi ha avuto specie nell’ultima fase del lavoro di De Felice tra anni Ottanta e Novanta sulla crisi della democrazia e il suo nesso con la crisi della na-zione.
L’articolo esamina la questione dei giovani nelle opere del sociologo Gino Germani e dello storico Renzo De Felice. Entrambi gli studiosi hanno individuato per primi, nei rispettivi campi di indagine, la centralità del tema per comprendere il processo di selezione e di formazione delle classi dirigenti nei regimi autorita-ri/totalitari e formulare ipotesi circa la loro capacità di durare nel tempo. Nella prima parte viene descritta l’interpretazione elaborata da Germani della socializ-zazione dei giovani nei regimi fascisti, dalla sua origine risalente alla giovanile mili-tanza antifascista ai successivi sviluppi in prospettiva propriamente sociologica. Successivamente si tenta di ricostruire, soprattutto attraverso l’analisi dei testi dei due autori, l’influenza esercitata dall’impostazione del problema dei giovani da parte del sociologo sull’opera di De Felice. Infine, viene seguita l’evoluzione dell’analisi di De Felice della questione nel corso degli anni, mettendo in evidenza la capacità dello storico di rivedere e di mettere a punto lo schema del rapporto giovani-fascismo delineato dallo studioso italo-argentino, anche grazie alle nuove evidenze scientifiche e alle nuove fonti, ma anche la permanenza di alcuni limiti interpretativi e contraddizioni analitiche.
Renzo De Felice e Gino Germani sono stati due protagonisti assoluti del dibatti-to sulle interpretazioni del fascismo. A 100 anni dalla marcia su Roma e con il termine fascismo tornato al centro del dibattito mediatico e della polemica politi-ca, l’articolo riflette sul contributo fornito dai due studiosi, ripercorrendo anche al-cuni momenti chiave del loro intenso rapporto di collaborazione scientifica. L’autore inserisce la loro opera all’interno dell’ampio dibattito internazionale emerso dagli anni Sessanta sulle caratteristiche e i confini del fascismo generico. Egli così evidenzia non solo come De Felice e Germani abbiano dialogato con la storiografia internazionale sul fascismo ma come quest’ultima abbia in gran parte confermato spunti, suggestioni e impostazioni presenti nei loro lavori. Negli ultimi anni, tuttavia, queste le conclusioni dell’autore, è emersa una nuova tendenza sto-riografica, influenzata dalla teoria postcoloniale e dagli studi transnazionali, che di fatto si allontana dalle interpretazioni fornite a partire dagli anni Sessanta e tende nuovamente a sfumare i contorni del fenomeno.
Renzo De Felice e Gino Germani sono stati due protagonisti assoluti del dibattito sulle interpretazioni del fascismo. A 100 anni dalla marcia su Roma e con il termine fascismo tornato al centro del dibattito mediatico e della polemica politica, l’articolo riflette sul contributo fornito dai due studiosi, ripercorrendo anche alcuni momenti chiave del loro intenso rapporto di collaborazione scientifica. L’autore inserisce la loro opera all’interno dell’ampio dibattito internazionale emerso dagli anni Sessanta sulle caratteristiche e i confini del fascismo generico. Egli così evidenzia non solo come De Felice e Germani abbiano dialogato con la storiografia internazionale sul fascismo ma come quest’ultima abbia in gran parte confermato spunti, suggestioni e impostazioni presenti nei loro lavori. Negli ultimi anni, tuttavia, queste le conclusioni dell’autore, è emersa una nuova tendenza storiografica, influenzata dalla teoria postcoloniale e dagli studi transnazionali, che di fatto si allontana dalle interpretazioni fornite a partire dagli anni Sessanta e tende nuovamente a sfumare i contorni del fenomeno.
L’inaugurazione ufficiale del Tantur Ecumenical Institute for Advanced Theological Studies di Gerusalemme (1972) è stata il coronamento del "sogno ecumenico" di Paolo VI, concepito dal pontefice nel corso del Concilio Vaticano II e del suo pellegrinaggio in Terra Santa del 1964, e realizzato tra gli anni Sessanta e Settanta grazie al contributo degli uomini e delle istituzioni più attive nel campo dell’ecumenismo. Tra loro, un ruolo decisivo ha giocato padre Theodore Hesburgh (1917-2014), presidente della Notre Dame University, messo a capo del progetto-Tantur da parte dello stesso Paolo VI. Grazie all’utilizzo di materiali d’archivio completamente inediti, il presente articolo intende ricostruire il ruolo di "manager", di "politician" e di "fundraiser" giocato da Hesburgh durante il tormentato cammino di nascita dell’Istituto gerosolimitano.
Bacino di raccolta delle informazioni da Nord Africa e Medio Oriente, l’Egitto fu teatro di tensioni e convergenze fra le più influenti agenzie di stampa occidentali per tutta la complessa transizione verso l’indipendenza, anche dopo il 1922 e il 1936. In questo contesto, la rivendicazione della libertà di espressione e del controllo nazionale sulle notizie divenne bandiera del giornalismo egiziano non solo per affermare una propria specificità e dignità professionale, ma anche come strumento di emancipazione politica tout court. A partire dai fondi documentari dell’Agence Havas, dell’American University del Cairo e dell’archivio privato del giornalista Mustafa Amin, l’articolo indaga la svolta della decolonizzazione in Egitto attraverso il complicato intreccio mediatico-diplomatico e il prisma, scarsamente considerato dalla storiografia, delle agenzie di stampa. Chi furono gli individui e i gruppi che in Egitto sfidarono le agenzie di stampa occidentali? Quali strategie perseguirono? Come cambiò il rapporto fra giornalisti e potere politico nel passaggio dalla monarchia di re Faruq alla repubblica degli Ufficiali Liberi, caratterizzata dall’istituzione della Middle East News Agency nel 1955?
Sharing cities may limit negative impacts of global urbanisation by connecting more users with distributed assets. Nevertheless, several scholars raised concerns of unintended consequences. With technology at the core of such strategies, marginal is the attention to citizen engagement and perceptions by people in their context. The authors aim to contribute with participatory methods and tools for capturing people’s feelings and habits about sharing. This paper presents the insights of a workshop held in 2017 with 18 residents of the Milan’s neighbourhood of Porta Romana-Vettabbia to identify how sharing is or may be embedded in practice. Negotiation of trust, logistical convenience and monetary saving dramatically resulted to intervene in the integration or consideration of sharing.
Il passaggio dalla dimensione provinciale a quella metropolitana ha segnato una trasformazione potenzialmente decisiva nella modalità di gestione del territorio italiano. Nonostante l’ampia risonanza data alla legge 56/2014, ad oggi solo otto Piani Strategici Metropolitani (psm) risultano approvati e la letteratura presenta un numero molto limitato di studi comparativi sull’argomento. Questo contributo analizza la forma e la struttura dei primi sette psm approvati, attraverso l’utilizzo di un metodo analitico-comparativo che ha consentito la loro restituzione in forma grafica. I risultati dello studio illustrano i psm analizzati attraverso sette figure generate da un processo di destrutturazione e ricomposizione degli argomenti, dei metodi e dei processi applicati nel loro confezionamento, delineandone differenze e facilitando una più efficace comparazione.
L’articolo suggerisce un percorso esplorativo finalizzato alla valutazione dello stato della pianificazione emergenziale in Italia a partire dal caso della Regione Umbria recentemente interessata da eventi emergenziali. L’esplorazione mira a descrivere il rapporto tra qualità redazionale e progettuale del documento di piano, valutazione del rischio e pianificazione della risposta. Sulla base di un’analisi multivariata, vengono identificate distinte tipologie di piano che, pur diverse per qualità redazionale, denunciano limiti comuni nelle capacità di risposta. Le conclusioni si interrogano sull’opportunità di ripensare il piano d’emergenza in relazione alla pianificazione urbanistica e a una gestione operativa del rischio, come suggerito dal nuovo Testo Unico di Protezione civile (2018).
L’articolo osserva le aree produttive del Nord Italia a partire da una domanda principale: gli strumenti urbanistici che nel XX secolo ne hanno permesso la realizzazione, oggi, sono ancora utili per guidare la loro rigenerazione come nuove parti di città? Dopo avere illustrato i principali obiettivi della rigenerazione sostenibile delle aree produttive, il testo richiama i tre strumenti che, nel tempo, sono stati determinanti per la loro costruzione: le zone D della zonizzazione; i pip, Piani per gli Insediamenti Produttivi; le apea, Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate. L’articolo riflette quindi sulla necessità di nuovi strumenti contestualizzati, multidimensionali e multiattoriali, capaci di inserire la riqualificazione delle aree produttive in progetti e programmi adattivi nel tempo.
Il saggio illustra il contributo degli architetti romani Mario Paniconi (1904-1973) e Giulio Pediconi (1906- 1999) al programma di ricostruzione post-bellica del Piano Fanfani - gestione ina-Casa - mediante il progetto del complesso per abitazioni e negozi di piazza San Giovanni a Mantova, un intervento che sviluppa in maniera attenta e innovativa l’organizzazione planimetrica degli alloggi e sperimenta elementi compositivi diversi sui fronti che dialogano con la città. Il complesso di edilizia popolare si inserisce con la corretta misura all’interno del tessuto densamente costruito e stratificato mettendosi a sistema con la morfologia dell’edificato. I progettisti lavorano su schemi abitativi semplici e la dotazione di spazi collettivi come la grande corte-giardino e i servizi collettivi.
Il museo diffuso è un’istituzione integrata e policentrica, che sviluppa la propria missione combinando una funzione intra moenia e una extra moenia per garantire la conservazione, la comunicazione e la promozione di sistemi culturali e paesaggistici complessi. La pandemia da Covid-19 sembra aver ulteriormente nutrito l’interesse attorno a questo modello museale, che mostra una grande flessibilità e la capacità di rispondere a molte delle sfide che le istituzioni culturali stanno affrontando. L’articolo intende mettere in evidenza la corrente proliferazione del museo diffuso, che si sta sviluppando non solo in conseguenza agli eventi in corso ma anche come prosecuzione di un processo che nell’ultimo ventennio ha portato alla sua applicazione a diversi temi, contesti e territori, e alla conseguente definizione di nuovi paradigmi.
Nella recente attenzione per i paesaggi marginalizzati, la realtà dei paesi storici in abbandono costituisce tema di studio. Si tratta di luoghi organicamente fondati su sistemi relazionali, di cui tutelare i valori e migliorare i processi di recupero in atto. Legando la storia dei manufatti alle vicende umane ed evitando forme di musealizzazione e turistificazione, questo contributo, concentrandosi sui contesti della Calabria interna, è indirizzato a una prospettiva di riuso che, dall’anima dei luoghi, tende a un ‘nuovo comunitario’, che possa ‘liberamente’ riattecchire negli spazi del passato. In antitesi a una urbanistica della frammentazione e della solitudine, con la costruzione di ‘cantieri di vicinato’, fra tradizione e innovazione.
In Europa il paesaggio si è consolidato come un tema che richiede un nuovo approccio etico al governo del territorio. Con riferimento alla Convenzione Europea del Paesaggio, il paesaggio si è già confermato come l’attuale sfida della pianificazione territoriale. Derivante dalla revisione di diverse pratiche europee convergenti sul tema, questo testo evidenzia il ruolo centrale del patrimonio nell’affrontare sfide poste dalla visione paesaggista e sostiene la necessità di stabilire sinergie con ricerche che propongono una strategia della conoscenza del patrimonio basata sulla rappresentazione e visualizzazione digitale. Queste tecniche possono contribuire efficacemente all’inclusione della dimensione sociale nella pianificazione territoriale come oggi richiede l’approccio paesaggistico.