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Gerardo Ienna, Carmelo Lombardo, Lorenzo Sabetta, Marco Santoro

Sketch for a Sociology of Sociological Self-Analyses

SOCIOLOGIA E RICERCA SOCIALE

Fascicolo: 126 / 2021

This essay analyzes one of the major expressions of the sociological critique of sociological reasoning, the objectivation of the subject of objectivation, who should analyze the sociohistorical conditions of possibility of the very act of objectivation. Though Bourdieu’s invitation to a reflexive sociology of sociology has not been widely accepted and put into practice, the authors argue that its actual application actually brings about consistent payoff: this special issue represents but one installment. Reclaiming a place for socio-analysis, this paper highlights how this activity can produce a cognitive difference in the making of sociological research, insofar as its genesis and development are defined by the sharing of a specific thought style, existing within and because of an intersubjective framework.

Christine Bouneau, David Burigana

Introduction

VENTUNESIMO SECOLO

Fascicolo: 49 / 2021

Matteo Caponi

Antirazzismo cattolico e questione nera nell’Italia del secondo dopoguerra

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 297 Suppl. / 2021

L’articolo indaga come una crescente attenzione alla questione nera abbia fatto da cornice all’ascesa di una sensibilità antirazzista nel cattolicesimo italiano del secondo dopoguerra.L’analisi mette in discussione il cliché di un innato antirazzismo cattolico, esaminando l’interrazzialismo come modello dominante: una terza via che si opponeva sia al razzismo sia all’antirazzismo militante, umanitario ed egualitario. La nozione di antirazzismo faticò a essere recepita dalla cultura cattolica di massa fino agli anni Sessanta. La svolta dipese dall’impatto di tre fenomeni di risonanza mondiale: la decolonizzazione, l’apartheid in Sudafrica e il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Ironia della sorte, la psicosi anticomunista della Guerra fredda costituì un motore dell’antirazzismo cattolico: occorreva scongiurare che il “risveglio” dei popoli neri avvenisse sotto l’influenza sovietica. Il pontificato di Giovanni XXIII, l’aggiornamento conciliare e la crisi del 1968 posero le basi per un cambio di paradigma; gli orientamenti antirazzisti si intrecciarono a significati progressisti e utopie rivoluzionarie controculturali.

La storia della transizione all’indipendenza delle colonie italiane fu anche la storia dell’antirazzismo che non a caso è stato spesso associato all’anticolonialismo e alla storia dei movimenti nazionalisti in Africa. Il caso della decolonizzazione delle colonie italiane rappresenta un caso speciale non solo per la traiettoria fortemente internazionale della sistemazione postcoloniale decisa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma anche per la forte competizione, tutta sul versante africano, tra movimenti nazionalisti ed élites africane inclini ad appoggiare un progetto di continuità del sistema coloniale. È proprio da questa competizioneche emerse un’istanza antirazzista che è al centro del presente articolo e non necessariamente o semplicemente fu riconducibile ai soli movimenti nazionalisti. Quei sudditi coloniali che si erano dichiarati disponibili all’ipotesi di un ritorno dell’Italia in Africa rivendicarono la necessità di una riforma del sistema coloniale nell’intento di ottenere una loro più ampia partecipazione alla gestione del potere e di superare il regime segregazionista di epoca fascista.Il presente articolo non si propone dunque di indagare l’antirazzismo e l’anticolonialismo dei nazionalisti, bensì il progetto di un colonialismo non più razzista, o comunque maggiormente inclusivo, coltivato da alcuni sudditi africani che intermediarono con la politica e la propaganda colonialista dell’Italia repubblicana. Di fatto, si trattò di un progetto destinato al fallimento, nella misura in cui colonialismo e antirazzismo erano termini in ultima analisi inconciliabili.Furono poi le diverse indipendenze delle colonie a mettere in discussione il razzismo attraverso la fine stessa del colonialismo.

Muovendo dai pochi testi di canzoni italiane che negli anni Sessanta esprimevano sentimenti antirazzisti, il saggio esplora la presenza e la natura di questi sentimenti nella cultura giovanile di quegli anni incentrando l’analisi su “Ciao 2001”, un popolare settimanale musicale che cominciò le pubblicazioni in quel periodo. Utilizzando in maniera eclettica spunti interpretativi che derivano dalle teorie sull’appropriazione culturale e sulla “race consumption”, il saggio mostra come il consumo di musica afroamericana e la fascinazione per i musicisti neri si accompagnassero a un interesse per le radici storiche di quella musica e per la storia, la condizione, e le lotte dei neri americani, che nel settimanale erano oggetto di molti servizi giornalistici. Il saggio infine considera alcune figure emergenti della scena musicale italiana degli anni Settanta di cui si occupò il settimanale — in particolare il jazzista napoletano-afroamericano James Senese e il cantautore napoletano Pino Daniele — per sottolineare l’appropriazione, non priva di stereotipi, del topos della “negritudine” da parte di quest’ultimo per far riferimento al razzismo interno di cui i meridionali erano vittime, ma anche a se stesso. Se in parte tale appropriazione si poteva giustificare, dall’altro impediva il riconoscimento di una specificità dell’oppressione dei neri e quindi una più profonda comprensione del razzismo antinero.

Uno degli elementi caratterizzanti le migrazioni interne verso le città del triangolo industriale negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è stato il razzismo antimeridionale. Nelle scuole elementari molti tra i figli dei nuovi arrivati vennero immessi nelle cosiddette classi differenziali anche grazie al supporto scientifico offerto da psichiatri, psicologi e assistenti sociali che, nello stesso periodo, definirono i bambini di origine meridionale come disadattati, in ragione di una supposta incapacità di adattarsi a un ambiente più progredito. Negli anni Settanta, il fenomeno venne sottoposto ad aspre critiche, ma il razzismo che l’aveva alimentato non fu riconosciuto come tale. L’articolo analizza i limiti del dibattito sviluppatosi tra educatori e intellettuali di area comunista, che lessero la discriminazione nei confronti degli alunni meridionali esclusivamente in termini di classe sociale secondo i dettami di un marxismo tipicamente eurocentrico. 

Michele Colucci

Il movimento antirazzista in Italia e le politiche migratorie, 1989-2002

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 297 Suppl. / 2021

Il contributo ricostruisce l’evoluzione storica del movimento antirazzista in Italia, concentrandosi sul tema delle politiche migratorie. L’antirazzismo si diffonde in parallelo allo sviluppo dell’immigrazione straniera, che in Italia avviene in modo intenso dopo il 1989. Matura allora un dibattito nazionale sulle politiche migratorie: il movimento antirazzista contribuisce all’orientamento di tale dibattito e alle scelte legislative conseguenti.Nell’articolo vengono esaminate le principali fasi storiche comprese tra il 1989 e il 2002. Durante questo periodo il movimento antirazzista si confronta con l’emergere di pulsioni razziste, con l’inserimento sempre più diffuso dell’immigrazione nel mondo del lavoro, con la crescita quantitativa dell’immigrazione straniera, con la politicizzazione sempre più evidente del tema migratorio.Si tratta di un periodo in cui in Italia avvengono profonde trasformazioni sociali e politiche: la storia del movimento antirazzista può aiutare a comprenderle e contestualizzarle.