La ricerca ha estratto dal catalogo 105744 titoli
Tra solidarietà e crisi intercorre un rapporto intimo: ogni crisi ripropone l’urgenza di individuare nuovi equilibri che, in chiave solidaristica, consentano di prospettare nuove possibilità di vita in comune. Questa consapevolezza non solo ha capillarizzato le riflessioni politico-culturali dell’Europa moderna e contemporanea, ma ha accompagnato il processo di formazione dell’UE. In questi termini, l’articolo che si offre, a partire da un’analisi del concetto di solidarietà e del modo in cui la solidarietà si articola come principio nei rapporti tra Stati dell’UE, si propone di analizzare alcune delle risposte adottate dall’Unione per fronteggiare la crisi economico-sanitaria in corso. L’obiettivo è quello di interrogarsi sul modo in cui lo spirito della solidarietà, durante la pandemia, si sta effettivamente articolando in ambito UE.
Il contributo evidenzia il ruolo didattico del Laboratorio Teatrale all’interno del piano formativo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma attraverso la narrazione dei suoi primi dieci anni di vita (2011-2021). È analizzata la specificità didattica del Laboratorio Teatrale come formazione attiva, emotiva ed espressiva rivolta agli allievi, capace di promuovere la salute, il benessere e incentivare virtuosi processi di umanizzazione delle cure. Attraverso testimonianze di studenti, alumni e docenti che hanno partecipato ad alcune produzioni particolarmente significative, si evince come le pratiche teatrali abbiano saputo influenzare efficacemente la formazione umanistica degli allievi e come questa esperienza abbia creato coesione sociale e identità di gruppo, sulla vita universitaria e sulla comunità del Policlinico Universitario. In particolare, il laboratorio teatrale è stato in grado di: influenzare positivamente i determinanti sociali della salute, incoraggiare comportamenti di promozione della salute, sviluppare l’empatia e fornire una visione più ampia della salute e dell’assistenza clinica.
Il Suq di Genova è un grande teatro dove ogni visitatore è spettatore di una crea-zione collettiva, corale, e al tempo stesso autore e protagonista della propria per-formance. Allestito come un bazar ospita le botteghe e i ristoranti etnici, cinquan-tatré nell’ultima edizione "in presenza", gestiti da commercianti con background migratorio attivi in città. La piazza centrale e alcuni spazi circostanti ospitano spettacoli, concerti, dibattiti, lezioni, in parte curati da associazioni di migranti, in parte selezionati dalla direzione artistica. Così il festival diventa per il visita-tore un viaggio verso il proprio riconoscimento identitario attraverso il confron-to con l’altro. Il soggetto, da entità singola, si trova partecipe e costruttore di una comunità aggregante che si costituisce nell’apertura e nel riconoscimento del nuovo: il senso di appartenenza dura il tempo del festival, che purtroppo non ha mai trovato appoggi per una organica crescita organizzativa, fisica ed eco-nomica. Nonostante questo limite, il Suq è stato riconosciuto tra le "Best Practi-ces" europee dal 2014 e continua a essere un riuscito esperimento di creazione di welfare di comunità.
L’articolo analizza l’esperienza della compagnia integrata di teatro comunitario assaiASAI, attiva a Torino dal 2010. La compagnia, che dal 2010 a oggi è stata attraversata da più di trecento persone, è costituita da un gruppo eterogeneo che comprende persone diverse per età, provenienza geografica, (dis)abilità, professione, formazione, background socioculturale. Le autrici discutono il ruolo del teatro comunitario argentino e delle riflessioni che ne sono sorte sull’Arte per la Trasformazione Sociale che ispirano il lavoro di assaiASAI. A seguire, la compagnia integrata torinese viene analizzata in quanto "comunità di pratica". Questa lente analitica permette di discutere alcuni elementi portanti della compagnia: la pratica come contesto di apprendimento, la collaborazione oltre le differenze, la creazione di una comunità aperta. Infine, le autrici riflettono sulle difficoltà e le sfide nella relazione con altre realtà del welfare locale.
The challenge of this article is to explore the role of Theatre for Social Change (TfSC). Clearly, it is a very complex field of research. It is not one form of theatre but "a set of interdisciplinary and hybrid practices". It spans the participatory and professional arts sectors and the fields of arts and activism. Unlike other kinds of theatre, TfSC is a performance ensemble to raise awareness about the impact of social issues through the community engagement process. The article seeks to investigate connections between social theatre, social wellbeing and health. Few paragraphs are dedicated to the actual epidemic situation, social distance, mental health, self-care and new relations among people. Besides the work of Paulo Freire (Theatre of Oppressed), Augusto Boal (Forum Theatre), Dorothy Heathcote (Drama in Education), Theatre for Living etc. authors will present several projects and successful stories along Mediterranean, with focus on Italy, Spain and Malta.
Il Progetto Teatrando è un’esperienza territoriale di comunità lunga quasi vent’anni, che oggi viene descritta dalle autrici rispondendo agli spunti innovativi del welfare contemporaneo. Un contributo riferito a esperienze sul campo e buone pratiche che vedono, a livello metodologico, il connubio tra teatro sociale e sguardo gestaltico. I protagonisti che partecipano al Progetto Teatrando non sono solo i singoli individui, ma anche gruppi che grazie all’esperienza del teatro sperimentano e si allenano a forme diverse e nuove di cittadinanza attiva. È un esempio di creatività e responsabilità sociale, partecipazione, ideazione, attivazione di sistemi locali di welfare informale. Inoltre la descrizione di questa esperienza in termini evolutivi, ha condotto le autrici a tenere in considerazione i fattori di cambiamento in atto a seguito dell’emergenza sanitaria: come si sono rimodulate le pratiche del teatro nel dover impiegare gli strumenti tecnologici e la relazione a distanza?
This essay offers a detailed review of the Research Handbook on the Sociology of Law edited by Jirí Pribán in 2020. The author proceeds to a scrutiny of the various essays collected in this volume, whose importance as an updated overview of the state of the art in this area of study is unquestioned. He also observes that, in addition to certain gaps that are inevitable in a work of such scope, this handbook ends up offering a somewhat unilateral vision of law, in that it sees it, predominantly, as a tool of social integration, while forgetting the weight of social conflict and the ambivalent roles that law may play accordingly.
L’articolo presenta una ricerca che esplora il nesso tra arte, benessere e innovazione a partire da un’esperienza di teatro sociale nell’ambito della salute mentale, prendendo a riferimento il progetto Apprendisti Teatrali/INGIOCO, sviluppatosi dalla collaborazione tra il Centro Diurno di Riabilitazione Psichiatrica/Centro Psicosociale di Garbagnate Milanese - ASST Rhodense e l’Associazione culturale Mirmica. La ricerca mira a far emergere e articolare i fattori che nella storia decennale del progetto, e in particolare modo nella fase pandemica, hanno favorito oppure ostacolato la realizzazione di una agentività distribuita e di dinamiche co-evolutive che hanno a loro volta supportato processi di innovazione e adattamento personale, istituzionale e comunitario. Le possibilità di cambiamento e resilienza offerte dall’arte performativa in ambito psicosociale sembrano potersi attuare con più forza entro un progetto condiviso che si orienti al benessere territoriale e sappia mantenere viva la capacità di riformulare, a tutti i livelli, le prassi riguardanti i flussi di conoscenza, la presa di decisione e l’attribuzione di significati.
All’interno del dialogo tra teatro sociale e psicologia l’autrice esplora alcuni livelli di intervento che possono portare a una ricaduta positiva sul benessere dell’individuo e della collettività. La dimensione artistica, strutturandosi come terreno di azione comune, di confronto e critica sociale, offre in sé uno strumento culturale alternativo che permette di sviluppare una posizione di decentramento e trasformazione. In particolare si farà riferimento ad un’area di crescente interesse dell’Applied Theatre: il lavoro nell’area della migrazione. La riflessione, supportata dall’esperienza pratica, è orientata ad identificare criticità e buone prassi in un ambito trasversale al teatro e alla psicologia transcul-turale.
Il contributo descrive e analizza un’esperienza di teatro dell’oppresso organizzata in ambito universitario e la usa come pretesto per ragionare sullo stretto legame che esiste tra il benessere psico-sociale degli operatori sociali, la loro formazione come professionisti e le tecniche del teatro sociale. Nel testo viene valorizzata la circolarità tra il sapere dell’esperienza e quello teorico in un frame che promuove il teatro come spazio di potenzialità e di consapevolezza. In questo spazio i social workers possono sperimentare la possibilità di gestire il proprio potere ed esplorare i conflitti che emergono nella relazione di aiuto per restituire benessere a se stessi e alle persone accolte nei servizi. Le conclusioni, infine, sollecitano domande e riflessioni che mirano a sottolineare l’importanza della formazione degli operatori sociali nella costruzione di politiche sociali che partono dalle comunità e veicolano relazioni di interdipendenza e, allo stesso tempo, tendono all’emancipazione delle persone.
In this article, I will offer case study insights into the value of digital applied theatre practice that has evolved to remain person-centred, valuing what Gail Mitchell et al. (2020) termed a ‘relational ethic of care’ that seeks to enable active citizenship at the heart of hospital-based practice for patients living with dementia. ‘Innovating Knowledge Exchange: Student Involvement in Delivering Better Patient Experience in the NHS (National Health Service)’, is a digital applied theatre project jointly funded by Research England and the Office for Students, in partnership with Imperial College Healthcare NHS Trust’s Dementia Care Team. The project offers six interventions that happen via zoom to support patients living with dementia who have had little social interaction and thereby cognitive stimulation in COVID-19 and medicine for the elderly wards. The emphasis of each project is to create bespoke workshops that embody a term I have coined, a ‘pedagogy of reciprocity’, which is an approach that has evolved over the course of the translation and implementation of the project practice in a digital form. The relationship between arts and health has a long, rich history, but recently known models of practice have either stopped or had to adapt to happen online through digital practice. Moving to online interventions can be exclusionary for artist practitioners who are less familiar with platforms such as Teams, Zoom, Google Meet and Skype, and for those who are familiar, the challenge of ensuring meaningful participation has been complicated. However, the need to continue to be responsive practitioners is vital, and the urgency for arts intervention to support positive wellbeing in the midst of the pandemic has only grown. Arts and healthcare hold a long-standing relationship that should not be compromised because of the necessity to traverse new terrain by entering the domain of the digital, I will argue that in fact this process is vital, and one that I will unpack and interrogate from my own experience working in a hospital during our third national UK lockdown and continuing digital arts and health projects. The reality of the pandemic and the severity of its impact on the mental health and wellbeing of older adults is profound. The International Psychogeriatric Association have discussed the ongoing impact on the mental health and wellbeing of older adults forced to socially isolate. This circumstance is unavoidable for the prevention of the spread of COVID-19, but the fear of contracting COVID-19, or not receiving hospital treatment for particular age brackets, and the impact of not being able to socialise with family and friends is causing a rise in suicide, anxiety, agitation and loneliness. Myrra Vernooij-Dassen (2020) argues that social, mental and cognitive health are not considered by policy makers, and the impact of a lack of social health for people living with dementia is particularly detrimental causing conditions to rapidly deteriorate without social interactions. In this article, I will set out the conceptual framework for the pedagogy of reciprocity as a methodology for responsive digital applied theatre practice that has emerged directly from my experience running projects in the pandemic in acute hospital settings.
L’articolo illustra una ricerca relativa a un laboratorio teatrale rivolto a persone con cerebrolesioni acquisite. Gli autori si sono chiesti se e come tale attività abbia reso possibile anche per soggetti colpiti da gravi deprivazioni polisensoriali la costruzione di una scena condivisa in cui comunicare. L’indagine, date le caratteristiche dei soggetti coinvolti, ha adottato strumenti diversi di rilevazione qualitativa: osservazione; conversazioni di gruppo; interviste semistrutturate a operatori, familiari e spettatori. I risultati hanno evidenziato l’importanza del gruppo e degli aspetti di "entertainment" legati al teatro. Il laboratorio costituisce una rottura ludica della routine, motivando un maggiore impegno riabilitativo. Cruciale è il lavoro di recitazione in squadra, che favorisce regole d’interazione resilienti. La solidità del gruppo e l’espressività sono aspetti evidenti anche per gli operatori e gli spettatori, che hanno valutato positivamente l’esperienza. .
Il presente contributo ha la finalità di porre le basi per attività di ricerca volte allo sviluppo di laboratori di teatro sociale che abbiano come macro-obiettivo la tutela e promozione della salute. Inizialmente, si descrivono le caratteristiche dei laboratori di teatro sociale che li identificano come contesti privilegiati per condurre attività di ricerca; segue quindi una disamina epistemologica sul concetto di salute e della sua promozione, e sono poi rappresentate le dimensioni di salute associate all’ambiente di vita. Infine, si traduce quanto trattato nella traccia di sviluppo di un percorso di ricerca, i cui elementi qualificanti sono: a) l’obiettivo salute in termini di "abilità funzionale"; b) l’adozione dell’approccio life-course per fasi di vita; c) la considerazione delle relazioni con l’ambiente naturale tra i domini propri della tutela e promozione della salute, oltre che delle dimensioni del modello bio-psico-sociale.