RISULTATI RICERCA

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Raffaele Bianchetti, Maritsa Cantaluppi, Francesca Garbarino

Prevenzione e trattamento di minori e giovani adulti a rischio di radicalizzazione

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2021

L’articolo descrive il Progetto Europeo 3CtoD-Three Circles To Desistance relativo all’applicazione e alla valutazione degli effetti di un programma di trattamento criminologico, denominato CéSURE, di persone ristrette nella libertà aventi "profili" di radicalizzazione. In Italia, il programma è stato realizzato con minorenni e giovani adulti collocati in comunità e su soggetti caratterizzati, tra l’altro, da un sistema valoriale totalizzante e da una certa capacità di resilienza. Il contributo descrive altresì, in estrema sintesi, gli strumenti impiegati.

Raffaele Bianchetti, Alessandro Rudelli

Esperienze di giustizia minorile nei procedimenti amministrativi con i figli maltrattanti

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2021

Le condotte violente dei figli a danno dei genitori, se caratterizzate da comportamenti reiterati agiti con la volontà di vessare i propri familiari facendoli vivere in uno stato di terrore, possono configurare il reato di «Maltrattamenti contro famigliari e conviventi», ma nelle situazioni di violenza filio-parentale è del tutto auspicabile poter intervenire precocemente al di fuori del contesto penale. Questo differente ambito di trattazione può essere costituito dai cosiddetti procedimenti amministrativi a favore dei minori «irregolari nella condotta o nel carattere». Il Tribunale per i minorenni di Milano ha sostenuto al riguardo una specifica ricerca per osservare in profondità le situazioni di Parental Abuse cogliendo, oltre ad alcuni dati di ricorrenza, gli aspetti qualitativi del fenomeno. Presentando delle situazioni esemplificative, nell’articolo si mostra la varietà, la complessità e l’intensità emotiva che invariabilmente attraversa chi è coinvolto in tali sofferte vicende. Si configura con ciò la delicatezza della funzione del giudice minorile e degli operatori dei servizi nella relazione con l’adolescente violento e con i suoi genitori.

Mariagnese Cheli, Salvatore Busciolano

Il ruolo del Trauma e del Linguaggio nel sistema penale minorile

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2021

L’articolo mette in luce la necessità di una prospettiva trauma orientata nell’ambito degli interventi sui minori devianti perché la letteratura scientifica evidenzia sempre più come, da un lato, il Disturbo di Personalità Antisociale (Dpa) possa collegarsi a una storia traumatica e, dall’altro, come i ragazzi reduci da esperienze sfavorevoli infantili (Esi) più frequentemente possono avere condotte devianti. Questo orientamento porta a modificare l’approccio ai ragazzi all’interno di una nuova e necessaria progettualità sistemica che parte dalla giustizia minorile fino a toccare tutti gli attori istituzionali coinvolti e le famiglie dei minori, una progettualità coerente e condivisa negli obiettivi, nelle prescrizioni e nelle azioni. In questa progettualità è fondamentale, all’interno del processo minorile, il ruolo di un linguaggio istituzionale comprensibile ai ragazzi, medium necessario per attivare una relazione che porti a una corretta assunzione delle proprie responsabilità, per poter riattivare un itinerario educativo efficace.

L’articolo contiene una breve ricostruzione storica delle misure amministrative o educative previste dagli articoli 25 e seguenti del r.d.l. 1404 del 1934 e si esprime a favore della vigenza attuale e utilità delle stesse, proponendo, tuttavia una lettura sistematica e costituzionalmente orientata delle norme di riferimento.

L’equazione tra giovani e violenza è un tema classico e persistente del dibattito pubblico. Di giovani violenti si parla da secoli, anche se la tarda modernità, favorendo l’emersione delle fragilità strutturali e individuali, sembra aver fornito a questa rappresentazione l’ambiente ideale per svilupparsi e proliferare. Ma è sempre opportuno oggi concentrare la nostra attenzione soltanto sui comportamenti violenti alimentando una narrazione dei giovani basata soltanto su aspetti negativi? Non è forse più proficuo, dal punto di vista educativo, studiare i giovani come categoria sociale cercando di cogliere come è cambiato il loro modo di interagire anche in relazione alla trasformazione della realtà sociale? Forse provando a riflettere su quali sono le nuove forme espressive (tipiche dei social media e del mondo digitale) che li caratterizzano, sarà possibile, in futuro, limitare forme di interazione basate sull’aggressività.

Daniele La Barbera

Dis-social network: gli schermi digitali e gli adolescenti che odiano

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2021

Le tecnologie della comunicazione hanno assunto oggi un ruolo centrale in molte attività umane e rappresentano il principale fattore di cambiamento sociale, culturale, degli stili di vita, ma anche del funzionamento della nostra mente. Questi aspetti acquisiscono grande rilievo nel comprendere gli effetti di tali dispositivi sulle traiettorie di sviluppo e sul comportamento infantile, specialmente in relazione ai loro possibili usi disfunzionali e patologici e alle ricadute negative su alcune condotte inappropriate direttamente legate all’utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dei Social media. Vengono quindi approfondite quali caratteristiche di questi mezzi possono favorire modalità relazionali aggressive e abnormi nell’infanzia e nell’adolescenza, come quelle messe in atto dai cyberbulli e dagli haters, in particolare si sottolinea come la "distanza relazionale2 che caratterizza i contatti negli spazi virtuali, oltre che dare un senso di protezione, possa contribuire, privando l’incontro di elementi essenziali come quelli legati alla discriminazione del non-verbale e all’interazione degli sguardi, a un calo determinante delle componenti empatiche della comunicazione e al rinforzo degli aspetti egoreferenziali e narcisistici. Viene infine sottolineata l’esigenza di una precisa e accorta valutazione degli aspetti educativi connessi all’uso dei dispositivi digitali nell’infanzia e nell’adolescenza, che dovrebbero essere considerati con molta attenzione da famiglie, scuole, agenzie educative e istituzioni.

Elisa De Vita

Il ritiro sociale: nuova frontiera del malessere giovanile

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2021

Il ritiro sociale in adolescenza rappresenta oggi la manifestazione clinica più evidente del malessere giovanile. Crescono in maniera esponenziale, nel pubblico e nel privato, le richieste d’aiuto per far fronte a quella che sembra caratterizzarsi come una vera e propria emergenza clinica. Quella di ritirarsi dal mondo sembra essere la scelta privilegiata dinanzi alle difficoltà della crescita. Dietro alcune forme di ritiro sociale è possibile scorgere una tendenza a mettere in atto, in riposta alle difficoltà nel far fronte alle trasformazioni e ai compiti evolutivi connaturati alla fase adolescenziale, modalità aggressive rivolte a se stessi e agli altri; in questa direzione possono essere letti gli agiti violenti messi in atto nei confronti dei familiari, così come l’autoreclusione volontaria a cui si sottopongono sempre più adolescenti.

L’articolo vuole offrire alcuni elementi di analisi sui processi di inclusione e integrazione di ragazze e ragazzi figli di famiglie immigrate sul territorio nazionale negli ultimi decenni. I flussi migratori sono divenuti nel tempo un fattore strutturale (e strutturante) della società italiana. In questi anni molti giovani di origine straniera si stanno confrontando con la delicata fase della transizione all’età adulta. Le loro dinamiche identitarie sono complesse e ricche di sfaccettature: lo studio di alcuni fenomeni sociali può contribuire a capirle. Particolare attenzione va posta a situazioni di marginalizzazione, microcriminalità giovanile e conflitto di matrice etnica. Allo stesso tempo il contributo sottolinea l’esistenza di percorsi di integrazione ed emancipazione per la gran parte dei giovani figli dell’immigrazione, soprattutto attraverso l’associazionismo e la costruzione di una presenza attiva in ambito sportivo e culturale. Il contributo propone quindi alcune riflessioni sull’identità e sulla convivenza al fine di cogliere i bisogni dei territori e sviluppare risposte in grado di contrastare il disagio e l’emarginazione delle seconde generazioni.

Alfio Maggiolini, Mauro Di Lorenzo, Virginia Suigo, Chiara Pastore, Ilaria Rusconi

La violenza filio-parentale

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2021

La violenza filio-parentale o parental abuse è un comportamento ripetuto di minacce, aggressioni, estorsioni e altre forme di violenza esercitate dai figli nei confronti dei genitori con l’obiettivo di esercitare su di loro un controllo. È difficile valutare la diffusione del fenomeno, che è comunque sicuramente sottostimato e che appare in aumento, anche perché non è riconosciuto in quanto tale. Una ricerca sui fascicoli amministrativi del Tribunale per i minorenni di Milano rileva una prevalenza del 14% di questi comportamenti. La violenza filio-parentale in quanto tale o primaria non è direttamente riconducibile a una psicopatologia del figlio o a esperienze pregresse di abuso, ma va piuttosto inquadrata in una dinamica dei ruoli famigliari, all’interno del contesto socioculturale attuale. È necessaria un’attenta riflessione psicosociale e clinica sulla violenza filio-parentale che eviti di assimilarle ogni rivendicazione di autonomia degli adolescenti o di ridurla esclusivamente a un disturbo del figlio o a una carenza d’autorità dei genitori, tutte prospettive che possono rischiare di avere un effetto iatrogeno. Per un intervento efficace è necessario prendere in considerazione la dinamica dei ruoli affettivi famigliari e il sistema di aspettative o proiezioni reciproche nel quadro della regolazione dei bisogni evolutivi dei figli adolescenti.

L’ineluttabilità di odiare dall’impossibilità di amare come diffuso esito della non integrazione post-traumatica: l’articolo affronta questa prospettiva attraverso la narrazione di un eccidio del diciannovesimo secolo, proponendo una breve riflessione per integrare, con la pre-occupazione e la cura, la governance della violenza familiare quale patologia sociale del ventunesimo secolo.

Elena Centrella

Le interazioni violente all’interno della famiglia

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2021

L’articolo attraverso un breve excursus teorico, tenta di declinare la tematica delle interazioni violente in seno alla famiglia all’interno della epistemologia sistemicorelazionale. Tale approccio consente di esplorare e coltivare, nell’ambito dei contesti in cui viviamo e operiamo, la nostra personale sensibilità alle concrete e a tratti tortuose danze interattive a cui gli esseri umani partecipano. Il sé non è separato dalle relazioni; tutto è interconnesso, in un groviglio di interrelazioni che appaiono attraversate, in particolar modo quando parliamo di violenza, da angoscia e paura. È impossibile per i membri di una famiglia conservare la realtà delle loro convinzioni di pericolosità reciproca senza che tali convinzioni siano sostenute dall’intero nucleo. Dove c’è modello c’è senso.

I crimini individuali e collettivi sono spesso rappresentazioni di un male che mettendo in scacco i nostri principi etici e le nostre più sofisticate spiegazioni scientifiche, sfida la ragione. Partendo dalla nota tesi di Hannah Arendt sulla banalità del male e sull’assenza di pensiero alla radice della malvagità, l’autore esamina da un lato i crimini della Shoah in quanto esemplificazione di un male efferato ed estremo, una violenza generata da processi individuali e di gruppo reciprocamente intersecanti e dall’altro lato i delitti individuali, che paiono spesso senza senso commessi dai giovani. L’anomia e il vuoto identitario, la dissociazione, l’échec del pensiero si delineano in questo modo come concetti guida nella comprensione tanto dei crimini collettivi quanto di taluni delitti commessi singolarmente dagli adolescenti. Se infatti i crimini collettivi si realizzano attraverso meccanismi di dissociazione e diniego, di erosione del pensiero e dell’empatia, di regressione narcisistica e d’obbedienza delle masse all’autorità, anche per molti giovani l’atto delinquenziale si realizza a causa di meccanismi di dissociazione, di impasse delle capacità figurativo-simboliche, come estremo tentativo di circoscrivere un bordo attorno al vuoto traumatico lasciato sia dalle esperienze effrattive sia dalle esperienze omissive precoci.

Maya De Leo

Storie, visioni, memorie Lgbtq+: il Novecento italiano in tre libri

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 297 / 2021

La lettura critica di tre recenti volumi relativi alla storia Lgbtq+ - Il caso di G. La patologizzazione dell’omosessualità nell’Italia fascista, di Gabriella Romano, Omosessualità e cinema italiano. Dalla caduta del fascismo agli anni di piombo, di Mauro Giori e L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender, di Porpora Marcasciano - si accompagna alla formulazione di questioni, all’analisi di approcci e alla delineazione di prospettive per una storiografia sulle e delle soggettività Lgbtq+ nel contesto italiano, in dialogo con la produzione internazionale su questo tema.

Giuseppe Civile

A proposito di Fiume

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 297 / 2021

Nella nota sono presi in esame alcuni recenti studi dedicati alla vicenda di Fiume fra il 1919 e 1920, in gran parte pubblicati in coincidenza con il centenario della marcia di D’Annunzio sulla città. Ne emerge la rilettura di temi diversi in rapporto al caso: la precedente storia della città, il ruolo articolato dell’esercito, il rapporto con il dopoguerra e con il fascismo, l’interpretazione di teorie e pratiche politiche elaborate allora, l’importanza di iniziative culturali e sociali particolari, il ruolo di D’Annunzio in rapporto ad altri attori individuali e collettivi. L’insieme di questi lavori testimonia come il dibattito sul caso Fiume sia ancora vivo e aperto a ulteriori sviluppi, sia su temi specifici che sul piano di interpretazioni complessive.

In questo articolo, l’autore si propone di dimostrare che l’ispirazione scientifica e ideologica delle singole correnti razziste della cultura fascista, e il loro rapporto con la Chiesa cattolica e con le correnti del razzismo nazista coevo, possano essere approfonditi utilizzando come caso di studio l’interpretazione della questione delle origini etrusche. In particolare, la discordia sulla valutazione razziale degli Etruschi rappresenta un illuminante caso di distinzione tra il razzismo "biologico" e quello di ispirazione anticristiana e non-biologista. La rappresentazione negativa degli Etruschi divulgata da Alfred Rosenberg, funzionale alla negazione della legittimità razziale della Chiesa cattolica, è ripresa in Italia da filosofi fascisti di ispirazione anticristiana come Julius Evola e Giulio Cogni. Al contrario, il gruppo razzista "biologico" de "La Difesa della razza" ripropone la formula etruscologica di Eugen Fischer sulla 2razza aquilina2, per includere gli Etruschi all’interno della storia razziale italiana e per evitare uno scontro ideologico con la Chiesa.

Barbara Bracco

Guerra e lutto a Milano. Momenti e luoghi dell’elaborazione del trauma 1915-1921

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 297 / 2021

Il saggio prende in esame il processo dell’elaborazione del lutto a Milano tra il 1915 e il 1921. In particolare analizza le liturgie elaborate dalla società e dalle istituzioni di fronte alla morte di massa. Sulla base di varie fonti archivistiche, il saggio ha lo scopo di ricostruire i momenti più importanti e le reti sociali del dolore in una città fondamentale della storia italiana, soprattutto nella transizione epocale tra l’esperienza bellica e il fascismo.