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Introduzione. La citisina è un agonista parziale dei recettori nicotinici impiegato nella terapia del tabagismo. Obiettivo dello studio è stato valutare efficacia e sicurezza della citisina nei fumatori di età superiore ai 65 anni nella pratica clinica reale. Materiali e metodi. Studio osservazionale retrospettivo monocentrico condotto presso il SerD di Bergamo. Sono stati analizzati i pazienti =65 anni valutati per tabagismo tra gennaio 2022 e dicembre 2024. Degli 104 soggetti inclusi, 85 hanno ricevuto citisina secondo protocollo standard. Sono stati raccolti dati demografici, clinici e farmacologici, valutando comorbilità, politerapia, eventi avversi (AEs) ed esiti terapeutici. Risultati. L’età media era 69,3±3,7 anni; il 90,6% presentava almeno una comorbilità e il 52,9% polimorbilità. Al termine del follow-up, il 40,0% dei pazienti aveva raggiunto la remissione completa del disturbo da uso di tabacco. Gli AEs sono comparsi in 7 pazienti (8,2%), esclusivamente lievi e prevalentemente gastrointestinali, cardiovascolari o neurologici; non sono stati registrati eventi avversi gravi. Né la presenza né il numero di comorbilità sono risultati associati all’esito terapeutico o alla comparsa di AEs. Conclusioni. La citisina si è dimostrata efficace e ben tollerata nei fumatori over 65, anche in presenza di elevato carico di comorbilità e politerapia. I dati supportano il suo impiego nella popolazione geriatrica, confermandone il favorevole profilo di efficacia e sicurezza
Negli ultimi anni il paradigma della recovery ha progressivamente modificato l’approccio ai disturbi da uso di sostanze, orientando gli interventi non soltanto alla riduzione o alla cessazione del consumo, ma anche alla promozione dell’autonomia, dell’autoefficacia e della qualità di vita.
In questo contesto gli interventi psicoeducativi di gruppo rappresentano uno strumento potenzialmente utile per sostenere l’acquisizione di competenze di autogestione, incrementare la consapevolezza della dipendenza e favorire la costruzione di un progetto di vita significativo.
Il lavoro descrive la progettazione, la fattibilità e gli esiti preliminari di un intervento psicoeducativo orientato alla recovery personale realizzato presso il Servizio per le Dipendenze di Gazzaniga (BG).
È stato condotto uno studio pilota osservazionale con valutazione pre-post su quattro giovani adulti (età 20-25 anni) in carico presso il Servizio per le Dipendenze di Gazzaniga, tre con disturbo da uso di sostanze illegali e uno con disturbo da uso di alcol.
L’intervento, condotto da un educatore professionale e da un medico del Servizio, si è articolato in otto incontri settimanali della durata di 90 minuti.
Il percorso ha affrontato i temi della recovery personale, della definizione degli obiettivi individuali, del modello stress-vulnerabilità, degli effetti dell’uso di sostanze, della prevenzione delle ricadute e della promozione di stili di vita salutari, alternando momenti psicoeducativi, esercitazioni individuali e discussione di gruppo.
Gli esiti sono stati valutati mediante un questionario autosomministrato prima e al termine dell’intervento.
Tutti i partecipanti hanno completato il percorso.
L’analisi descrittiva evidenzia un miglioramento nella percezione dei progressi verso gli obiettivi personali, nelle conoscenze relative alla dipendenza e alle strategie di coping, nel coinvolgimento della rete familiare e sociale, nella capacità percepita di prevenire le ricadute e nella gestione quotidiana della dipendenza.
Si osserva inoltre una riduzione dell’impatto soggettivo del craving e dei sintomi sul funzionamento quotidiano, mentre risultano sostanzialmente stabili gli indicatori relativi ai ruoli sociali strutturati.
L’intervento si è dimostrato realizzabile e ben accettato dai partecipanti.
Sebbene le dimensioni ridotte del campione e l’assenza di un gruppo di controllo non consentano di trarre conclusioni sull’efficacia, i risultati preliminari suggeriscono che un percorso psicoeducativo orientato alla recovery possa rappresentare un utile complemento ai trattamenti individuali nei Servizi per le Dipendenze.
Studi futuri con campioni più ampi e follow-up longitudinali saranno necessari per confermare tali osservazioni.
L’articolo propone una rilettura del tutoraggio economico come intervento innovativo nel trattamento del Disturbo da Gioco d’Azzardo con una valenza terapeutica, socio-pedagogica e psicologica. Laddove la sola alfabetizzazione finanziaria si rivela per il paziente insufficiente rispetto alla complessità delle sue dinamiche cognitive, emotive e relazionali, l’intervento assume la forma di una rieducazione all’uso del denaro, intesa come processo trasformativo volto a ricostruire competenze gestionali, capacità decisionali e significati simbolici.
La presenza di un tutor, in collaborazione con il paziente, i familiari e il team terapeutico, consente di monitorare le risorse economiche, pianificare il risanamento dei debiti e prevenire dinamiche sostitutive o iperprotettive al fine di ristabilire un rapporto funzionale con il denaro, in un’ottica di autonomia e responsabilizzazione.
L’esperienza del Dipartimento delle Dipendenze Patologiche della ASL Napoli 2 Nord evidenzia l’efficacia dell’integrazione tra l’intervento psicoeducativo, rappresentato dal tutoraggio economico, e i percorsi di esdebitazione, realizzati attraverso una convenzione con Operatori del Terzo Settore, presentando un modello multidimensionale in cui l’aspetto economico diventa leva terapeutica e occasione di riorganizzazione personale e familiare per il paziente.
Il presente lavoro si propone di delineare, in chiave clinica e nosografica, il quadro della dipendenza sessuale (Sex Addiction / Compulsive Sexual Behaviour Disorder, CSBD) e del chemsex, analizzandone analogie neurobiologiche, differenze cliniche e implicazioni terapeutiche. La sex addiction è codificata dall’ICD-11 come disturbo del controllo degli impulsi, ma assente nel DSM-5, ed è caratterizzata da comportamenti sessuali compulsivi e ricorrenti che causano disagio clinicamente significativo e compromissione funzionale.
Il chemsex, invece, si configura come pratica strutturata in cui sostanze psicoattive specifiche (metamfetamina, GHB/GBL, mefedrone) vengono assunte intenzionalmente per amplificare e prolungare l’esperienza sessuale, prevalentemente in contesti di uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM).
Entrambe le condizioni condividono un substrato neurobiologico comune – l’iperattivazione del circuito mesolimbico dopaminergico – ma differiscono per complessità clinica, popolazioni coinvolte, profilo di rischio e approccio terapeutico.
Il chemsex introduce una dimensione aggiuntiva critica: il doppio craving (sessuale e da sostanza) e la dipendenza fisica da GHB/GBL, che ne rendono il trattamento notevolmente più complesso. Vengono discussi i criteri diagnostici, le comorbilità psichiatriche, gli approcci terapeutici evidence-based e le sfide cliniche specifiche di ciascuna condizione.
The evolution of addiction neurobiology highlights the limitations of conventional acute-phase pharmacological treatments in preventing long-term relapse. Chronic substance abuse triggers severe metabolic breakdown, neuroinfl ammation, mitochondrial dysfunction, and oxidative stress within the central nervous system, impairing the homeostasis of the glutamatergic system. This neuroprogressive state compromises prefrontal executive control, exacerbating craving and vulnerability to stress-induced relapse. Addressing this underlying biological deficit requires innovative therapeutic strategies aimed at restoring cellular homeostasis and neural plasticity.
In this context, the complementary nutraceutical approach using N-acetylcysteine (NAC) and alpha-lipoic acid (ALA) represents a promising adjuvant intervention. NAC acts by restoring astrocytic glutamate homeostasis via the xCT exchanger and enhancing intracellular glutathione synthesis, thereby attenuating cueinduced craving. Concurrently, ALA supports mitochondrial bioenergetics, activates the Nrf2 antioxidant response pathway, and recycles endogenous antioxidants. Together, NAC and ALA offer a synergistic mechanism to mitigate neurotoxicity, alleviate neuroinflammation, and preserve cognitive function, providing a rationale-driven framework for relapse prevention and long-term neurocognitive rehabilitation.
Questo lavoro intende dipanare quella subdola condizione di imputabilità o impunità del giocatore d’azzardo patologico a partire da una consapevolezza che, mai come in tale dimensione, il filo sottile tra la legge e psicopatologia si tesse tra ambiguità, responsabilità e “incapacità”; è quest’ultimo termine che si propone quale terminologia chiave per chiarire quella particolare forma di ossessione/compulsione che rende, chi ne è affetto, perfettamente capace di intendere, ma severamente incapace nel volere.
Background.Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, ADHD) è un disturbo del neurosviluppo ad alta prevalenza che spesso persiste in età adulta ed è associato a un aumentato rischio di disturbi da uso di sostanze. Le benzodiazepine (BDZ), frequentemente prescritte per il trattamento dei sintomi ansiosi e dei disturbi del sonno, presentano un elevato potenziale di uso improprio e di dipendenza. Evidenze preliminari suggeriscono che gli individui con ADHD possano essere particolarmente vulnerabili a un uso problematico di BDZ; tuttavia, tale associazione non è stata finora oggetto di una revisione sistematica né di una valutazione quantitativa. Obiettivi. La presente revisione si è posta l’obiettivo di esaminare sistematicamente l’associazione tra ADHD e uso improprio o dipendenza da BDZ nella popolazione adulta e di quantificare tale relazione mediante una sintesi meta-analitica dei dati osservazionali disponibili. Metodi. È stata condotta una ricerca sistematica della letteratura su PubMed, Scopus e ScienceDirect per identificare studi osservazionali pertinenti pubblicati fino al 30 aprile 2025. I criteri di inclusione hanno riguardato studi originali che riportassero dati sull’uso improprio o sulla dipendenza da BDZ in adulti con diagnosi clinica di ADHD. È stata effettuata una meta-analisi a effetti casuali per calcolare gli odds ratio (OR) combinati e i relativi intervalli di confidenza (IC) al 95%. Il rischio di bias è stato valutato utilizzando le checklist del Joanna Briggs Institute per studi trasversali analitici e studi di coorte. Risultati. Quattro studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione, ciascuno contribuendo con una stima di effetto indipendente. L’OR combinato ha indicato un’associazione significativa tra ADHD e uso improprio o dipendenza da BDZ (OR = 1,94; IC 95%: 1,31–2,89), con un’eterogeneità moderata (I² ˜ 42%). I pattern di uso improprio includevano assunzione a dosaggi elevati, somministrazione endovenosa o intranasale e uso prolungato di BDZ. Conclusioni. Gli adulti con ADHD presentano un rischio significativamente aumentato di uso improprio e dipendenza da benzodiazepine. Questi risultati sottolineano la necessità di strategie di screening mirate e di una prescrizione particolarmente cauta in questa popolazione.
This article examines forms of housing marginality in which continued access to hou-sing coexists with relational isolation and impoverished dwelling practices. Drawing on a qualitative corpus developed over approximately ten years through observations, home visits and interviews in urban settings in Piedmont, it introduces the concept of dwelling of de-spair to describe the dissociation between continued housing and the loss of its social func-tion, discussing its implications for sociological analysis and welfare systems.